Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Il mito di Marte nella fantascienza americana

La tesi ripercorre le tappe scientifiche e letterarie del mito legato al pianeta Marte, con particolare riferimento alla letteratura fantascientifica americana (statunitense) e alle opere di cinque dei suoi autori più importanti e conosciuti: Edgar Rice Burroughs, Robert Heinlein, Ray Bradbury, Philip Dick e Kim Stanley Robinson.

Mostra/Nascondi contenuto.
4 Introduzione Ora che Marte si è trasformato in “attualità”, che è visibile – e per certi versi “visitabile” – in televisione, sui giornali e su internet, sembrano lontani i tempi in cui a vedere il pianeta rosso erano soltanto gli occhi allenati degli astronomi e la fantasia degli scrittori. Eppure, a ben guardare, l’inizio dell’era marziana in cui ci troviamo non risale che a una quarantina di anni fa, quando la sonda americana Mariner 4, nel 1965, inviò le prime immagini ravvicinate del pianeta. Prima di allora la storia di Marte si presenta come un insieme di osservazioni, intuizioni, supposizioni, e molto spesso di veri e propri abbagli e costruzioni della fantasia. E sono stati proprio gli astronomi, a volte, i più inclini a valicare i limiti della scienza per dar libero sfogo all’immaginazione, come nel caso della celebre questione dei “canali”, che a fine Ottocento divise la comunità scientifica e alimentò le più incredibili ipotesi circa la natura del pianeta. Proprio da tanta inesattezza – e oggi potremmo dire ingenuità – scientifica la science fiction ha tratto continua fonte di ispirazione. Parlare del mito di Marte in campo letterario significa, infatti, parlare di come gli scrittori abbiano di volta in volta ripreso un’immagine di Marte che era, in parte o del tutto, quella “ufficiale”, e di come l’abbiano poi adattata alle proprie esigenze. E d’altra parte il termine stesso science fiction, così mal reso dall’italiano “fantascienza”, sta proprio a indicare non tanto una scienza fantastica (anche se poi molte opere corrispondono anche a questa definizione), quanto una narrativa che si fonda su presupposti scientifici. Riferiti a Marte, tali presupposti possono svolgere una funzione di pura cornice, come in Edgar Rice Burroughs e in Robert Heinlein, costituire parte fondante del testo, come in Kim Stanley Robinson, o infine essere volutamente anacronistici, come nel caso di Ray Bradbury e Philip Dick. I cinque autori appena citati sono, oltre che alcuni dei nomi più famosi della science fiction, esempi particolarmente rappresentativi del modo in cui la letteratura ha seguito l’evolvere del sapere scientifico. Essi mostrano chiaramente l’ampia gamma di topoi narrativi cui Marte ha dato vita, e, in maniera diversa e soprattutto con diversi gradi di complessità, il lato metaforico, oltre che fisico, del pianeta. In Burroughs Marte appare ancora come una semplice “trasposizione” da un ambiente a un altro. Barsoom – questo il nome che l’autore dà al pianeta – non è altro che un duplicato del West americano, una proiezione di quella frontiera definitivamente chiusasi a fine Ottocento. È

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Alessandra Francesconi Contatta »

Composta da 153 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2840 click dal 17/03/2005.

 

Consultata integralmente una volta.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.