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Alle origini della questione libanese: la vicenda di un Paese “composito” nella storia di un contesto “complicato”

Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Serra
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Relazioni Internazionali - Guerre Civili e crisi umanitarie in Medio Oriente
Anno: 2003
Docente/Relatore: Paul Shrimp
Istituito da: European Association for International Studies
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 45

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Kahil Gibran (poeta libanese, 1883-1931)

Bosnia-Erzegovina, terra solcata da profondissime fratture abbeverate da sangue umano, liquido troppo pesante e denso perché possa generare la vita; liquido che macchia il suolo e richiama la morte, altra morte. Bosnia-Erzegovina, “tiepidarium”, vasca intermedia, di passaggio, tra un’Europa che ha raffreddato nella solidarietà economica e politica i bollori di una travagliata storia scandita dallo scontro delle “volontà di potenza” nazionali… e un Oriente “vicino”, oramai non più Europa, avvolto dai vapori del magma incandescente di storie diverse che non riescono ad incontrarsi e “fare la pace”.
Sarajevo, capitale del dolore. Sarajevo, anticamera mentale e fisica del Medio Oriente.
Beirut, altra circoscrizione del regno del dolore. Beirut, sineddoche di un mondo irredento dalla sua storia “difficile”, marchiata da divisioni e costruzioni politiche troppo “artificiali” per poter essere pacificamente metabolizzate dagli apparati mentali collettivi.
Medio Oriente, culla… e tragedia della civiltà umana. Tragedia che ha due grandi radici storiche: l’incrociarsi della ramo discendente della parabola ottomana con il tragitto dell’imperialismo europeo e... la tormentata ricerca di una convivenza possibile tra Israele e gli arabi.

Il presente Paper è stato elaborato nel corso della Summer School in International Relations organizzata a Beirut nel 2003 dall'AESI (Associazione Europea Studi Internazionali)

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Le logiche dell’equilibrio sulle quali si fondava il Concerto Europeo, per inerzia funzionanti anche nella patologia dei rapporti, condussero Istanbul ad entrare in guerra a fianco degli imperi centrali (Austria e Germania) per contro-bilanciare la netta preponderanza delle forze della Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia). Al momento della sua entrata in guerra, la Gran Bretagna instaurò de jure il suo protettorato sull’Egitto; tuttavia, nonostante la sua consolidata posizione nel Mediterraneo orientale, Londra non riuscì a sfondare la linea dei Dardanelli. Fu allora che gli inglesi cercarono di dar vita a un fronte interno contro i turchi, suscitando la rivolta delle province arabe. Furono stabiliti dei contatti con lo sceriffo della Mecca, Hussein. Quale funzionario dell’impero ottomano avrebbe potuto esercitare maggiore influenza del custode dei luoghi santi dell’Islam? Per il tramite di Hussein, la Gran Bretagna sperava di ottenere il sostegno, o almeno la benevola neutralità, delle masse arabe. Le trattative furono avviate dall’alto commissario inglese presso Il Cairo, Mac Mahon. In una celebre corrispondenza, ricca di ambiguità e successive smentite, veniva ridisegnata la carta geopolitica del Medio Oriente post-bellico. Sia pure con qualche riserva, gli inglesi convenivano sulla restaurazione di un grande impero arabo retto dal califfo Hussein, cui si sarebbero affiancati i figli Faisal e Abdullah, rispettivamente sovrani di Siria-Iraq e Palestina. In cambio, Londra ottenne, grazie al colonnello Lawrence, incaricato dal Ministero degli Esteri di una missione presso Hussein, che nel giugno del 1916 gli arabi si sollevassero contro il centralismo autoritario dei “Giovani Turchi”, invisi in quanto, a partire dal 1915, attuavano una feroce repressione di tutti i movimenti autonomistici locali (armeno, cristiano- libanese, cristiano-anatolico). Di fatto gli inglesi promettevano ai principi della dinastia hascemita un’Arabia indipendente soltanto dagli ottomani; dunque, un’Arabia “sotto tutela” inglese. Benché la Gran Bretagna controllasse l’Egitto dal 1882, la Francia non avrebbe acconsentito ad un Medio Oriente totalmente sotto influenza londinese. Del resto, grazie ad imponenti investimenti economici e ad una politica di “assimilazione culturale” promossa attraverso l’insegnamento scolastico impartito alle popolazioni locali, la Francia era la potenza dominante nella c.d. “Siria naturale”, tanto che si parlava addirittura di una “Francia d’Oriente”. Il problema che concretamente si pose di fronte all’attrito tra gli accordi Mac Mahon-Hussein e gli interessi francesi in Medio Oriente fu il seguente: come stabilire i limiti tra l’Arabia filo-britannica e la Siria filo-francese? La trattativa venne affidata ai diplomatici francese Picot e inglese Sikes; essa si protrasse per molti mesi rispecchiando l’evoluzione dei rapporti di forza; si concluse nel maggio 1916 con uno scambio di lettere tra l’ambasciatore di Francia a Londra, Cambon, e il segretario del Foreign Office, Grey. Gli accordi, passati alla storia coi nomi dei due negoziatori, Sikes-Picot, operavano una spartizione del Medio Oriente tra Gran Bretagna e Francia.

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