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La strada come "setting variabile". Un progetto di intervento con tossicodipendenti attivi

L’idea di parlare del setting a geometria variabile è nata da una grande curiosità, dalla voglia di vedere come nella realtà quotidiana gli psicologi mettessero in “pratica” tutto quello che in cinque anni mi era stato fedelmente tramandato da docenti e libri. Una conferenza a Padova e sono rimasta affascinata e mi sono avvicinata agli operatori di strada di Settimo Torinese, a quello strano modo di fare gli psicologi lontano da schemi, da scrivanie e lettini. Un modo umano di vivere l’altro, di porsi nei suoi confronti. Un co-esistere con quelli che non possiamo neppure chiamare pazienti ma piuttosto abitanti del territorio praticato dagli operatori. Conoscendo questi operatori, il loro territorio e il nuovo progetto Antenna Locale, in fase di sperimentazione, ho ridefinito molte delle idee quasi mitiche che nutrivo su questo setting. Parlando con loro e cercando per quanto fosse possibile di vivere questo setting mi sono accorta di quanto la loro libertà d’azione fosse legata alla loro esperienza ed alla loro ormai acquisita “professionalità delle variabilità”, alla loro posizione sociale, al fatto che negli anni sono stati riconosciuti e accettati dai gruppi sociali del territorio. Mi sono accorta di quanto questo tipo di setting a geometria variabile potesse essere visto come un setting allargato che fa fisicamente del territorio il suo spazio e vede nella testa e nella persona dell’operatore la “regolazione della conduzione”. Un setting difficile da praticare, un setting che a mio parere comprende molte più difficoltà soprattutto nella gestione di quella distanza relazionale che non viene proposta come punto di inizio ma che forse può essere “conquistata” con il definirsi della relazione. L’unico modo per conoscere il setting a geometria variabile è sembrato quello dell’ascolto di racconti che fermano attimi vissuti, che, con il potere del linguaggio, fotografano l’attimo vissuto dell’incontro e possono accompagnarci nella scoperta di un modo altro di considerare sé stessi come “clinici” e gli altri come “malati” oltrepassando le classificazioni, le assunzioni di ruolo e le determinazioni. Il tipo di intervista che ho utilizzato rientra nelle intervista qualitative e nello specifico si tratta di un’intervista non strutturata La scelta delle persone da intervistare è stata abbastanza immediata, ci si è focalizzati sui due responsabili del progetto che operano dal 1985 sul territorio di Settimo Torinese e da sempre nel setting variabile: il Dottor Renzo Rolando e il Dottor Carlo Favero che alla luce di un’esperienza pluriennale si ipotizzava potessero essere in grado di sviscerare l’argomento sia tecnicamente che emotivamente.
Si è cercato di definire il setting variabile, si è parlato del territorio e dell’importanza di praticarlo, dell’equipe e della mente collettiva come gruppo di lavoro. Ma ciò che maggiormente pare degno di nota sono le numerose parole spese a riguardo della distanza relazionale gestita e regolata dall’interno, dall’attenzione e dalla consapevolezza del proprio ruolo. Dell’importanza per uno psicologo di strada di sapere cosa sta agendo, perché e per chi. Come è “[…]la relazione terapeutica in un setting non classico”? Si è cercato di capirlo chiedendolo anche ad altri operatori non attivi nel territorio torinese ma in quello napoletano, non al di fuori ma all’interno dell’istituzione. Si è deciso di condividere una giornata con il Dottor Di Petta e il Dottor Scurti vivendo i loro setting. Si è osservata la variabilità del setting in un contesto questa volta più clinico che sociale Lo spazio vissuto dell’incontro è quello del tra, del con-diviso da con-dividere, lo spazio della marginalità, della liminarità intesa come soglia, ed è questo l’unico setting, se così si può ancora chiamare, dell’incontro. Incontro di due uomini co-in-volti attorno al tentativo di strutturare in una costruzione di senso, un’esperire che solo così può trasformarsi in esperienza vissuta, ed in quanto tale essere inscritto nell’atto dell’incontro. È un incontro di margine perché avviene tra un uomo psicopatologicamente educato e un paziente (paziente senza falsi eufemismi da patients = sofferente) che generalmente è considerato un interlocutore frustrante, perché si sottrae alla regola dell’autorità del “medico”, incomprensibile perché mette in scacco le categorie di un sapere positivo. In ogni incontro si mette in moto un campo di cambiamento che è, di fatto, terapeutico per entrambi. Non si tratta quindi di dissolvere quanto piuttosto di allargare la portata della psicoterapia, depotenziando una serie di elementi tecnici e valorizzando molti degli elementi umani del campo intersoggettivo come elementi contenitivi, mutativi e terapeutici. Questo significa disconoscere importanza ai setting e riconoscerne, invece, al tipo e al grado, alla ampiezza e alla profondità della comunicazione che si instaura tra i due soggetti coinvolti.

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3 Introduzione. Una tesi sul setting a geometria variabile nasce, forse, dalla curiosità per quello che mi poteva sembrare una sorta di paradosso. Parole come setting e geometria, come setting e variabile e ancora come geometria e variabile accostate, mi suonavano all’orecchio come strane, insolite. L’immaginata stanza della psicoterapia, con quel quasi mistico ed insostenibile mistero svelata, così, da un operatore che scende per strada, che dà del tu a quello che non è ancora e forse non sarà mai un suo paziente. Mi rimandava l’idea di qualcosa di magico, quasi casuale, improvvisato, naturale. Come se ci fosse una sorta di predestinazione data da peculiarità caratteriali che permettesse di lavorare in questo setting e non in altri. È con questo spirito e con questi presupposti che mi sono addentrata nelle pagine a seguire, mossa alla scoperta di una realtà che sta fuori dalle accademie e nella maggior parte dei casi anche dalle istituzioni. L’avvicinamento a queste realtà che fanno dell’informalità e della vicinanza relazionale la loro arma è stato immediato ed affascinante ed ha aperto una strada di riflessione che certo rimane aperta e va ben oltre le cento pagine scritte. Si è cercato di comprendere sensi e significati attribuiti al setting e si è sin da subito scoperto come questo argomento aprisse panoramiche ben più ampie, sentieri ricchi di deviazioni. Ecco perché questa tesi può essere vista come una deviazione, deviazione dal classico modo di intendere il setting ma anche deviazione dallo stesso setting variabile. Si è deciso di comprendere questa realtà con i metodi qualitativi, per parere personale metodi idonei e propri di una scienza che lavora con l’uomo. Si è cercato di farsi raccontare storie, esperienze, vissuti. Il tutto senza numeri né tabelle ma con la ricca forza della parola parlata e

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Elena Guerri Contatta »

Composta da 146 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2921 click dal 18/05/2005.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.