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Il gesto vocale. Danzatrici contemporanee tra voce, corpo e movimento

La strada che alcuni danzatori hanno intrapreso, ritenendola affascinante e adatta ad aprire nuove opportunità, parte dal movimento, per arrivare alla voce. L’analisi del movimento porta, così, anche alla scoperta dell’emissione vocale: la coscienza del corpo si perfeziona sempre più, fino ad arrivare a coinvolgere i muscoli più difficilmente percettibili, più interni, quelli direttamente connessi con le funzioni vitali.L’introduzione della voce nella danza si inserisce nella direzione iniziata da Laban e dai suoi studi sulla libera espressione. L’inserimento della voce diviene una necessità per sentirsi completi, in modo che ogni singola parte del corpo, anche la più piccola, risulti parte integrante di un processo creativo. E’, al pari del gesto degli arti, un movimento libero ed espressivo.Il percorso di questa ricerca si può dividere in due parti: una prima parte sulle teorie elaborate sulla voce nel corso dei secoli, in generale e poi in particolare nel teatro e nella danza, ed una seconda parte in cui si analizza il lavoro svolto da alcune danzatrici contemporanee, soffermandosi su alcuni aspetti legati alla fonazione ed alle sue connessioni con il movimento e la danza. In questa seconda parte ho trovato riscontro ed applicazione pratica di alcune teorie sulla voce: così i movimenti dell’apparato fonatorio mi sono risultati più chiari con gli esercizi descritti da Bonnie Bainbridge Cohen, la vastità delle potenziali vocali e la forza dell’energia sprigionata dalla fonazione mi si sono svelate completamente analizzando l’opera di Meredith Monk.
Le esperienze della Bardi e soprattutto della Monk, due artiste poliedriche ma che riconoscono come la loro formazione sia di danzatrici, dimostrano come scoprendo la voce, liberando la “propria” voce, si arrivi ad un senso di completezza, come se i pezzi di un intero andato distrutto vengano rimessi insieme. Il gesto, secondo la Bardi e la Monk, non può esprimere tutti i moti dell’anima e deve ricorrere alla voce per rendere tutta l’unità e complessità dell’individuo: la voce è il doppio del movimento fisico, in quanto entrambi sono strumenti d’azione, colpiscono, stimolano immagini, e agiscono nello spazio e nel tempo.
La Monk sembra riuscire a superare i limiti espressivi dell’emissione vocale, arrivando ad un voce che esprima «l’intera tavolozza dei sentimenti e delle sensazioni.» . La Bardi non trovava una reale motivazione al fatto che danza debba essere muta: questo era come un divieto che le impediva di esprimersi totalmente.
Il lavoro più complesso, secondo le esperienze delle due danzatrici, è far entrare il respiro e la voce nel corpo e nel movimento. Sebbene la Monk avesse usato la voce anche prima di conoscere la danza, descrive come una rivelazione la scoperta che la voce ha gli stessi poteri del corpo. Questo perché siamo abituati a considerarla come un’entità esterna a noi, al pari della musica.Meredith Monk, quando fu iscritta dalla madre ad un corso di euritmia, non aveva bisogno di imparare la musica, vivendo in una famiglia di musicisti, ma riesce a migliorare la coordinazione del movimento grazie alla musica, applicando il metodo di Jaques Dalcroze. Scoprendo poi la voce, che è suono come la musica, aggiunge un altro livello espressivo sfruttando gli stessi principi che aveva già studiato: crea una musica personale, che proviene dalla stessa fonte da cui nasce il movimento, dal corpo, facendo nascere nuove suggestioni. In lei più che in chiunque altro i due linguaggi sembrano diventare una sola fonte di espressione, un unico mezzo: la voce si comporta come il corpo, impara dal corpo ad usare lo spazio ed il tempo; il corpo, a sua volta, si lasci guidare dal ritmo della voce e dalle immagini da essa suscitate.
La Bardi, invece, crea delle strette relazioni con il respiro, sia per il movimento che per la voce: il gesto, sia vocale che fisico, risente del ritmo e della qualità del respiro. La coscienza del respiro e del ritmo respiratorio diventa essenziale, è il primo passo per far nascere un movimento naturale, organico, che coinvolga tutto il corpo.
Mi è sembrato sorprendente il modo in cui Bonnie Bainbridge Cohen abbia analizzato il meccanismo di funzionamento della voce e le sue possibilità. A questo punto realmente si può parlare di “gesto vocale”: la voce assume quasi tutte le caratteristiche dell’azione fisica, viene studiata in tutte le sue relazioni con lo spazio e con il tempo, si dimostra come possa nascere una danza interiore dalle varie posizioni nello spazio degli organi fonatori: come le articolazioni si muovono in varie direzioni, così anche la faringe, le corde vocali, la bocca, possono muoversi a disegnare piccole linee nello spazio interno del corpo.

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4INTRODUZIONE Dalla danza alla voce, dalla voce alla danza Nel corso di questa mia indagine sull’espressione vocale e sulle sue relazioni con il corpo, il movimento e la danza, ho avuto la sensazione di toccare con mano la carnalità della fonazione. Mi sembrava, all’inizio delle mie ricerche, che la voce fosse il prolungamento del corpo: istintivamente pensavo che per coprire uno spazio esteso, più di quanto il mio corpo possa prolungarsi, subentra la voce. Questo non esclude, naturalmente, il fatto che la voce sia essa stessa parte del corpo e che in esso si generi, ma questo concetto, all’inizio delle mie ricerche, si traduceva in una serie di frasi che quasi davo per scontate: l’importanza della postura, di una buona respirazione, il rilassamento del collo e delle spalle, erano concetti di cui mi sembrava di aver già sentito parlare, ma senza che capissi veramente ciò che c’era dietro. Solo quando mi sono fermata realmente a ragionare su ognuna di queste condizioni per una buona emissione vocale e ad indagare sugli studi fatti in proposito, veramente mi sono ritrovata ad esplorare un mondo nuovo ed affascinante, fatto di legami, indissolubili, tra un elemento e l’altro. E’ il mondo degli impulsi vivi ed organici dell’uomo: voce, orecchio, movimento e parola sono come ingranaggi di un’unica macchina, se nasce un problema in una parte, anche il funzionamento degli altri cambia. A questo punto mi sono resa conto che la voce non ha la funzione di arrivare dove il corpo non arriva, non è il suo prolungamento, o per lo meno non solo, è come il “doppio del corpo”. Nel corso della mia trattazione ho più volte sottolineato che è anche il corpo ad essere il prolungamento della voce: un gesto può riassumere un’intera gamma di sensazioni, è espressivo quanto la voce. E’ quindi possibile, anzi, è quasi naturale e consequenziale, che studiando la voce si arrivi al corpo, da questo al movimento: questo è stato il percorso, ad esempio, di François Delsarte.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Silvia Antonelli Contatta »

Composta da 135 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 7160 click dal 28/06/2005.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.