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Breve storia del cammino verso le pari opportunità

Il novecento ha segnato, in Italia ed in Europa, l’ingresso a pieno titolo delle donne come cittadine nella storia ufficiale. Anche la storiografia più reticente ad intrecciare gli eventi con i movimenti che li hanno rideterminati o ne sono stati influenzati, riconosce che il cambiamento più profondo e duraturo del secolo ha riguardato la condizione femminile.
La prima guerra mondiale ha comportato, in termini più qualitativi che quantitativi, una grande immissione delle donne nell’apparato produttivo: l’importanza del fenomeno, per le donne, è proprio nell’acquisizione di ruoli e mansioni nuove.
Ma dopo il tempo della visibilità femminile, divenuto forte nel periodo di assenza degli uomini, viene ricomposta la struttura della società basta sulla distinzione di un “maschile” politico e di un “femminile” sociale.
Per quanto riguarda i diritti delle donne, l’Italia abolì l’autorizzazione maritale, il limite a cui la donna era legata nella gestione patrimoniale e nelle attività commerciali, nel 1919 e contestualmente aveva consentito, seppure limitatamente ad alcuni ambiti, l’ingresso delle donne nei pubblici uffici. Questo sicuramente favorì lo screditamento delle pregiudiziali che gravitavano attorno alla questione del voto alle donne.
Ed è proprio sui dibattiti sul voto, che questo lavoro si sofferma ed in particolar modo su quelli tenuti nel periodo di transizione fra lo stato liberale ed il regime fascista.
Nel suddetto periodo si fece più intenso il dibattito parlamentare, timidamente iniziato negli anni immediatamente precedenti il conflitto, sulla “capacità giuridica delle donne”, ed in particolare sul loro diritto al voto.
Numerosi sono i resoconti del dibattito parlamentare di quel periodo ed il loro studio ha consentito la stesura di alcuni capitoli della prima parte di questo lavoro.
In quella fase il tema del suffragio era tra quelli che maggiormente potevano prestarsi a strumentalizzazioni e demagogie, tra i più adatti a creare ambiguità in un momento in cui Mussolini voleva mostrarsi garante della tradizione liberale.
Ma l’avvento del regime e la conseguente impossibilità di qualsiasi tipo di dibattito durante il periodo fascista, ci fa arrivare alla Costituzione che ha segnato il primo e fondamentale momento di partecipazione delle donne alla vita politica.
La Costituzione, introducendo l’obbligo dello stato ad eliminare le disuguaglianze di natura sociale ed economica, ha sì, sancito un profondo concetto di eguaglianza ma che rischiava di rimanere puramente formale se non fossero intervenute misure effettive ad limare le disuguaglianze economiche e sociali.
La seconda parte di questo lavoro ha voluto, in maniera riassuntiva, fare riferimento a questo tipo di conquiste, specificatamente a quelle nel mondo del lavoro, consapevole del fatto che il tema del lavoro per le donne è risultato sempre inestricabilmente legato a quello del riconoscimento della donna a livello sociale e istituzionale.
Questo processo, che trova giustificazione e spinta propulsiva nei dettami della Costituzione, ha attraversato gli anni della seconda metà del Novecento, le grandi battaglie degli anni Settanta, le “battaglia delle idee” degli anni Ottanta, battaglia, questa, che ha trovato il suo punto fermo nell’approvazione della legge 1° aprile 1991, n° 125, sulle azioni positive per la realizzazione della parità uomo donna in tema di lavoro.

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1 INTRODUZIONE Il Novecento ha segnato, in Italia ed in Europa, l’ingresso a pieno titolo delle donne come cittadine nella storia ufficiale. Anche la storiografia più reticente ad intrecciare gli eventi con i movimenti che li hanno rideterminati o ne sono stati influenzati, ha ammesso che il cambiamento più profondo e duraturo del secolo ha riguardato la condizione femminile. La prima guerra mondiale ha comportato, in termini più qualitativi che quantitativi, una grande immissione delle donne nell’apparato produttivo: l’importanza del fenomeno, per le donne, è proprio nell’acquisizione di ruoli e mansioni nuove. Ma dopo il tempo della visibilità femminile, divenuto forte nel periodo di assenza degli uomini, viene ricomposta la struttura della società basata sulla distinzione di un “maschile” politico e di un “femminile” sociale. Per quanto riguarda i diritti delle donne, l’Italia abolì l’autorizzazione maritale, il limite a cui la donna era legata nella gestione patrimoniale e nelle attività commerciali, nel 1919 e contestualmente aveva consentito, seppure limitatamente ad alcuni ambiti, l’ingresso delle donne nei pubblici uffici. Questo sicuramente favorì lo screditamento delle pregiudiziali che gravitavano attorno alla questione del voto alle donne.

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Valentina Ugolinelli Contatta »

Composta da 104 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 25857 click dal 29/07/2005.

 

Consultata integralmente 26 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.