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Il modello narrativo come metodologia pedagogica e percorso terapeutico

Informazioni tesi

  Autore: Emanuele Andreuccetti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Mario Pollo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 115

L’obiettivo che mi sono proposto è stato quello di mostrare come il metodo narrativo sia innanzitutto un atteggiamento innato dell’essere umano. Il racconto di sé permette di riappropriarsi del passato, di strapparlo al caos o alla frammentarietà e di conferirgli un “senso”, cioè di leggervi una direzione e quindi un significato. Ogni narrazione ha bisogno, però, di un TU a cui affidarsi e che, a sua volta, è propenso ad interiorizzarla. Il processo comunicativo così sviluppato conduce il narratore e l’ascoltatore dentro un dinamismo trasformativo in cui la storia raccontata acquisita nuovi orizzonti. Nel secondo capitolo della mia tesi ho cercato di mostrare non solo come la narrazione faccia parte di un patrimonio individuale ma anche come si ponga a fondamento e costruzione di un’intera realtà culturale. Nell’affrontare questo argomento ho scoperto come il metodo narrativo sia stato usato anche in contesti cosiddetti “terapeutici” ed “educativi”. Questa scoperta, accompagnata dalla mia esperienza personale, mi ha portato ad approfondire come ancora oggi queste due strade si possono ancora percorrere indossando le “scarpe narrative”.
Nel capitolo tre ho sottolineato come la narrazione di sé o dei racconti popolari sia molto preziosa quando vogliamo intraprendere un cammino di guarigione e di trasformazione della consapevolezza del Sé. Nel capitolo quarto ho scoperto, infine, che il pensiero narrativo è importante per costruire le basi e la modalità per un processo pedagogico che rispetti i mondi e le personalità diversificate che vi interagiscono.

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4 INTRODUZIONE Karen Blixen narra una storia che le raccontavano da bambina. “Un uomo, che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno ma, nell’oscurità, correndo in su e giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla sull’argine da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e, solo quando ebbe finito, se ne tornò a letto. La mattina dopo, affacciandosi alla finestra, vide con sorpresa che le orme dei suoi passi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna” 1 . La nostra vita è un po’ come “quel correre in su e giù, a destra e a manca”. Un correre guidato dall’ansia di dover tappare quella falla nascosta nella nostra interiorità il cui rumore ci attrae e ci incuriosisce. È una ferita da cui sgorgano le nostre emozioni, i nostri pensieri, i nostri “animali” interiori che spesso ci provocano e ci mettono in crisi. E allora corriamo, nella notte, quasi a tentoni, per cercare l’origine di ciò che spesso misteriosamente fuoriesce sottoforma di atteggiamenti, credenze e relazioni. Ma tutto sembra frammentato, discontinuo, privo di senso. Il mondo contemporaneo occidentale fa esperienza proprio di questo tempo “ambiguo” nel quale gli istanti non si succedono in modo lineare, ma si sovrappongono e si connettono secondo una logica fatta di salti, di rimandi, di scarti e di intersezioni. Se prima si poteva immaginare il tempo della vita come una, più o meno lunga, linea, adesso si potrebbe pensare più a un punto o una serie di punti distaccati che non portano a una meta ma che implodono in un non ben precisato obiettivo. Emerge, allora, un mondo di punti e di frammenti, di transiti e di «zapping, dove “la storia diventa attualità, lo spazio immagine e l’individuo sguardo» 2 . 1 BLIXEN K., La mia Africa, Feltrinelli, Milano, 1996, p.200 2 AUGE’ M., Il senso degli altri, Anabasi, Milano 1995, p. 165

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