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Pensioni di anzianità: l'esperienza italiana

Informazioni tesi

  Autore: Gino Rincicotti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Felicer. Pizzuti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 212

Sintesi della tesi di laurea
Pensioni di anzianità: l’esperienza italiana

A partire dal piano di riforme sociali proposto da Lord William H. Beveridge nel 1942, l’intervento pubblico in economia si pone l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini la soddisfazione di alcuni bisogni fondamentali quali, ad esempio, la salute e l’istruzione. Il complesso delle spese a tal fine sostenute da un operatore pubblico nazionale costituisce il suo sistema di welfare state.
La varietà delle impostazioni teoriche e delle sensibilità sociali che caratterizzano le autorità economiche del mondo occidentale, ha prodotto una gamma molto ampia di sistemi di sicurezza sociale accomunati però da alcune caratteristiche generali: la partecipazione a tali reti di protezione è obbligatoria, esse sono finanziate in parte dalla fiscalità generale e in parte da prelievi specifici sui redditi da lavoro (i contributi sociali), esse possono erogare delle prestazioni in natura o in denaro, temporanee o vitalizie.
L’insieme delle spese volte a tutelare i cittadini dal rischio di perdere - temporaneamente o definitivamente - la capacità di produrre reddito (per malattia, maternità, disoccupazione involontaria o vecchiaia) costituisce la previdenza sociale. In paesi come l’Italia, essa è finanziata in massima parte dall’imposizione sul reddito da lavoro di appositi tributi (i contributi previdenziali) e rappresenta dunque una forma di solidarietà limitata all’insieme dei cittadini che sono, o sono stati, sul mercato del lavoro.
La tipica prestazione previdenziale è la pensione di vecchiaia, una rendita vitalizia contro la perdita della capacità lavorativa dovuta all’invecchiamento, erogata quando il beneficiario raggiunge un prestabilito limite anagrafico.

La previdenza sociale italiana, a causa del suo irregolare sviluppo, ha un’organizzazione su base professionale per cui, a seconda dell’attività praticata, ogni lavoratore deve iscriversi ad un particolare fondo avente delle specifiche regole in merito ai contributi ed alle prestazioni. Ad esempio, nel periodo 1968-96 sono stati attivati 37 fondi previdenziali appartenenti a 19 enti diversi.
Pur nella varietà delle regole di funzionamento, tutte le gestioni della previdenza sociale italiana prevedono l’erogazione di una rendita vitalizia condizionata non solo all’età anagrafica del beneficiario ma anche alla sua anzianità di assicurazione. Nelle gestioni dei dipendenti pubblici essa prende il nome di trattamento anticipato, in quelle dei lavoratori del settore privato essa prende il nome di pensione di anzianità. (D’ora in avanti, in modo non del tutto corretto, queste due espressioni saranno usate indifferentemente, analogamente ad altre quali 'pensionamento precoce’, ‘ritiro anticipato’, ecc.)
Il lavoro si propone di esaminare tre aspetti dell’esperienza italiana in tema di pensionamenti anticipati: le forze che ne hanno guidato l’evoluzione normativa, la dimensione dei trattamenti, gli effetti redistributivi. I tre profili, benché logicamente separabili, sono strettamente connessi.

Nel 1956, limitatamente ai dipendenti pubblici, fu introdotta nell’ordinamento italiano la facoltà di ritirarsi prima dell’età pensionabile. Un tale istituto non era sconosciuto nel panorama della previdenza sociale europea ma in Italia si caratterizzò per la completa indipendenza da qualsiasi requisito anagrafico. Infatti, in assenza di efficaci controlli politici, l’apparato burocratico riuscì a predisporre il DPR 17/1956 che, valicando i limiti della delega, assicurò la possibilità di un trattamento pensionistico ai dipendenti pubblici in possesso di 25 anni di servizio.
Nel 1969, dopo la temporanea istituzione del 1965 e l’abrogazione del 1968, la legge n. 153 introdusse la facoltà di ritiro precoce anche nel settore privato.

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6 Introduzione. A partire dal piano di riforme sociali proposto da Lord William H. Beveridge nel 1942 (1), l’intervento pubblico in economia si pone l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini la soddisfazione di alcuni bisogni fondamentali quali, ad esempio, la salute e l’istruzione. Il complesso delle spese a tal fine sostenute da un operatore pubblico nazionale costituisce il suo sistema di welfare state. La varietà delle impostazioni teoriche e delle sensibilità sociali che caratterizzano le autorità economiche del mondo occidentale, ha prodotto una gamma molto ampia di sistemi di sicurezza sociale accomunati però da alcune caratteristiche generali: la partecipazione a tali reti di protezione è obbligatoria, esse sono finanziate in parte enerale e in parte da prelievi specifici sui redditi da lavoro (i contributi sociali), esse possono erogare delle prestazioni in natura o in denaro, temporanee o vitalizie. (1) Cfr. BEVERIDGE, William H., Social Insurance and Allied Services, Cmd 6404, London, HMSO, 1942. Citato da Pizzuti [1995].

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