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Conseguenze su territorio, economia e popolazione dello sfruttamento idroelettrico del Bacino del Piave: il caso del Vajont

Informazioni tesi

  Autore: Stefano Lionetti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Giorgio Spinelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 452

L’acqua, elemento insostituibile per l’uomo, dona ricchezza e vita a tutte le popolazioni che vivono dove essa è presente in grande quantità, e dona anche un fattore fondamentale di sviluppo per l’economia moderna, l’energia elettrica.
Dall’800 in poi, infatti, lo sfruttamento idroelettrico dei fiumi nella catena alpina si è andato intensificando sempre di più, con il sorgere di problemi che, in precedenza, erano totalmente sconosciuti.
Problemi che ora stanno affrontando i paesi del Terzo Mondo, dove la ricchezza di acqua, in alcuni casi veramente immensa, si contrappone ad una povertà estrema ed alla necessità urgente di uno sviluppo economico che l’Europa ed il Nord America hanno abbondantemente raggiunto da parecchio tempo.
E’ quindi proprio l’energia idroelettrica la protagonista di questo lavoro, attraverso un’analisi approfondita riguardante essenzialmente lo sfruttamento idroelettrico del fiume Piave e del suo bacino, che comprende quasi tutta la zona dolomitica ed una buona porzione della pianura padano-veneta, prima di sfociare nel Mare Adriatico.
Protagonisti sono anche tre aspetti che sono risultati purtroppo distruttivi per gli uomini stessi e per l’ambiente circostante:
 l’imprevedibilità di fenomeni geologici di grandi dimensioni;
 il conseguente azzardo criminale dell’uomo nei confronti della natura;
 lo sfruttamento incontrollato del “fattore acqua”, che ha portato il Piave ad essere ormai un fiume con una portata quasi dimezzata.
Il 9 ottobre 1963 è sicuramente una data che rimarrà tristemente impressa nella storia del nostro paese, che nessuno potrà mai dimenticare. Quella sera, alle 22.39, una frana di 260 milioni di m³ di roccia si stacca, unita e compatta, dal Monte Toc e cade nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont. L’effetto conseguente è purtroppo spaventoso. Circa 50 milioni di m³ di acqua si sollevano al centro della valle e di questi una metà lambisce le rive del lago, inondando in parte i paesi di Erto e Casso ed alcune loro frazioni, mentre un’altra metà scavalca la diga e si abbatte sulla valle del Piave distruggendo completamente i paesi di Longarone, Castellavazzo, Pirago, Rivalta, Villanova e Faè. Il numero di morti è drammatico, circa 2.000, la cifra esatta non sarà mai accertata con precisione. La storia della diga, iniziata sette anni prima, si conclude con quattro brevi minuti di apocalisse.

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1 INTRODUZIONE Nell’estate del 1998 ho avuto l’occasione e la fortuna di poter trascorrere una vacanza, come ospite, a Cortina d’Ampezzo, nello splendido scenario delle Dolomiti Bellunesi. In quel breve soggiorno ho scoperto, tra gli altri, un aspetto unico di queste montagne, cioè la ricchezza e l’abbondanza di acqua in tutte le sue forme possibili. Fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ovunque c’è questa presenza discreta e rassicurante che rende questi luoghi, come del resto tutte le Alpi, meravigliosi ed unici al mondo. Immensi boschi di abeti, ardite guglie e torrioni, valli strette ed anguste, ripidi passaggi tra pareti altissime. E poi l’acqua, elemento insostituibile per l’uomo, che dona ricchezza e vita a tutte le popolazioni che vivono dove essa è presente in grande quantità, e dona anche un fattore fondamentale di sviluppo per l’economia moderna, l’energia elettrica. Dall’800 in poi, infatti, lo sfruttamento idroelettrico dei fiumi nella catena alpina si è andato intensificando sempre di più, con il sorgere di problemi che, in precedenza, erano totalmente sconosciuti. Problemi che ora stanno affrontando i paesi del Terzo Mondo, dove la ricchezza di acqua, in alcuni casi veramente immensa, si contrappone ad una povertà estrema ed alla necessità urgente di uno sviluppo economico che l’Europa ed il Nord America hanno abbondantemente raggiunto da parecchio tempo. Sarà quindi proprio l’energia idroelettrica la protagonista di questo lavoro, attraverso un’analisi approfondita riguardante essenzialmente lo sfruttamento idroelettrico del fiume Piave e del suo bacino, che comprende quasi tutta la zona dolomitica ed una buona porzione della pianura padano-veneta, prima di sfociare nel Mare Adriatico. Ma protagonisti saranno anche tre aspetti che sono risultati purtroppo distruttivi per gli uomini stessi e per l’ambiente circostante: ξ l’imprevedibilità di fenomeni geologici di grandi dimensioni; ξ il conseguente azzardo criminale dell’uomo nei confronti della natura; ξ lo sfruttamento incontrollato del “fattore acqua”, che ha portato il Piave ad essere ormai un fiume con una portata quasi dimezzata. Nel viaggio di ritorno dalla stessa vacanza ho avuto la possibilità di visitare tutta la valle del Piave fino a Longarone ed, in seguito, la valle del Vajont con la rispettiva diga. Il 9 ottobre 1963 è sicuramente una data che rimarrà tristemente impressa nella storia del nostro paese, che nessuno potrà mai dimenticare. Quella sera, alle 22.39, una frana di 260 milioni di m³ di roccia si stacca, unita e compatta, dal Monte Toc e cade nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont. L’effetto conseguente è purtroppo spaventoso. Circa 50 milioni di m³ di acqua si sollevano al centro della valle e di questi una metà lambisce le rive del lago,

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