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Imposte capitarie e tenore di vita ai fini del prelievo fiscale

Informazioni tesi

  Autore: Daniele Nobili
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Raffaello Lupi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 134

Nel corso della tesi vengono analizzate quelle imposte cd. capitarie, che in passato colpivano le persone e le famiglie in base al tenore di vita e ad altri elementi esteriori di carattere empirico. In particolare vengono studiati come venivano distributi tra i contribuenti tributi come il focatico o il testatico.
Nella seconda parte della tesi viene studiata la struttura dell’imposta capitaria con l’individuazione dei soggetti attivi e passivi d’imposta e tutte le numerose esenzioni che ne limitavano l’applicazione; inoltre tutti i metodi di ripartizione e riscossione utilizzati in passato e per concludere il concetto di tenore di vita nell'attuale sistema di autoderminazione analitica dei tributi da parte del contribuente.

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1 INTRODUZIONE Nel corso del Medioevo i governi si servirono notevolmente delle imposte di carattere personale perché rappresentavano un’entrata sicura e di facile esazione e costituivano il mezzo migliore che lo Stato aveva per raggiungere la gran massa della popolazione. Tra le imposte di carattere personale grande diffusione ebbero le cosiddette imposte capitarie. Se si ha riguardo all’origine etimologica del termine, per imposta capitaria si intende esclusivamente quella forma di prelievo che colpisce ogni singolo individuo; la parola proviene dal latino capitatio che deriva da caput cioè testa. Tuttavia la storiografia medievale include nel concetto di imposizione capitaria non solo il testatico ma anche il focatico ovvero l’imposta che colpiva la famiglia o meglio l’unità focolare. La differenza tra tali imposte è solo strutturale e riguarda esclusivamente il soggetto passivo, il testatico pro capite e il focatico pro fumantes; entrambe però vengono applicate in misura fissa senza tener conto della ricchezza rispettivamente del singolo individuo e dell’unità focolare. Forse proprio per questa ragione, durante il Medioevo il fisco ricorse a questo tipo di imposte: si evitavano elaborati calcoli per valutare la capacità contributiva di ciascun soggetto e si riusciva a far partecipare tutti e nella stessa misura, alle spese e alle esigenze finanziare dello Stato. Si intendeva raggiungere così una giustizia distributiva che però nella prassi non si verificava sia per l’iniquità intrinseca del maggior peso imposto proporzionalmente ai meno facoltosi, sia per lo scarso rendimento per lo Stato che veniva a colpire in misura insufficiente proprio i cespiti dei ricchi. Ad ogni modo il carattere proprio delle imposte capitarie è l’imposizione a prescindere dalle facoltà del contribuente ed è in virtù di questo principio che nel corso della tesi viene messa in evidenza la distinzione tra tali imposte e le imposte proporzionate alla ricchezza dei contribuenti. Già Bartolo da Sassoferrato, analizzando il sistema tributario dei comuni dell’Italia centrale della prima metà del XIV secolo, aveva diviso le imposte

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