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Il cinema d'animazione nell'Africa francofona: il caso di Mohamadou N'Doyé

Informazioni tesi

  Autore: Sarah Orlandi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Giaime Alonge
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 99

Quando si pronuncia la parola Africa vengono subito alla mente immagini di guerre civili, diritti violati, di debito pubblico, di carestia. Fortunatamente l'Africa non è solo questo. Esiste un'altra Africa che vuole parlare di sè, delle sue ricchezze, della sua arte, della musica e del cinema, il fenomeno artistico più giovane.
Ho conosciuto Mohamadou a Dakar, durante un viaggio in Senegal, dove ho potuto scoprire il mondo dell'animazione e del cinema. I mezzi sono quelli che sono ma è proprio dalla mancanza di infrastrutture che la mente si ingenia...i personaggi nascono dalla spazzatura, da piccoli pezzetti di carta, da mozziconi di sigarette e lattine arruginite.
In un continente dove è difficile denunciare il malessere sociale e politico, il cinema diventa un mezzo immediato per colpire, trasmettere e raccontare.

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3 INTRODUZIONE. L’altra Africa. Quando si pronuncia la parola Africa vengono subito alla mente immagini di guerre civili, di diritti violati, di debito pubblico, di carestia, siccità e malattie. Devastazioni come l’Aids, il genocidio del Darfur o la siccità del Niger sono all’ordine del giorno delle organizzazioni umanitarie di tutto il mondo. Un continente sottomesso alle colonie europee per almeno quattro secoli, derubato delle sue materie prime, corrotto e governato da dittatori o generali vestiti con gli abiti di presidenti democratici che, se non in rari casi, non aiutano la lenta rimonta alla normalità. Presidenti generalmente nominati da multinazionali europee, americane o asiatiche. La mancanza di istruzione, la precarietà sanitaria, le dinamiche poco chiare dei rapporti internazionali, un’economia bloccata da dazi e interessi occidentali e la spartizione dei territori disegnata col righello tengono il continente in una sorte di sottomissione e dipendenza nei confronti del bianco occidentale. Si chiama neocolonialismo. Questa definizione indica con triste lucidità qualcosa che prima comprendeva la tratta degli schiavi e il spartizione dei territori, ora è ribattezzato sfruttamento delle risorse (legno, diamanti, materie prime, petrolio) e controllo sulla popolazione. “Africa, Africa mia, sei dunque tu questa schiena che si curva e si piega sotto il peso dell’aids? No, no, pozzanghera di sangue nelle vostre mani, pozzanghera di sangue nei vostri cuori…no! Africa, Africa mia, il mio sguardo è pieno del tuo sangue. Il tuo bel sangue nero Per i campi sparso”. 1 Versi 12-24, tratti da Riflessioni sul colonialismo, di David Diop. Il processo verso la stabilità si presenta lungo: molti stati sono indipendenti da poco più di quarant’anni, altri sopravvivono unicamente grazie agli aiuti umanitari internazionali, il colonialismo non ha permesso la scolarizzazione e non ha lasciato infrastrutture. Un esempio è la Guinea: ancora oggi la popolazione ricorda con rabbia quando i francesi lasciarono il paese distruggendo tutte le fabbriche di tessuti e banane. Viaggiando in quel paese si possono vedere ancora oggi i resti diroccati delle 1 www.kirjasto.sci.fi

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