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Coscienza e desiderio in Carlo Michelstaedter

Informazioni tesi

  Autore: Alessio Nappi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giorgio Brianese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 169

La dicotomia michelstaedteriana persuasione/rettorica vive nella differenza tra una coscienza assoluta, capace quindi di negare l’oggetto che ad essa (il sub-jectum) si oppone e di essere – così – libera dal gioco della volontà, e una coscienza che della riconosciuta relazione e dipendenza fa il proprio marchio. La critica nei confronti della rettorica conduce, contraddittoriamente, il pensiero michelstaedteriano a ridosso dell’idealismo hegeliano, più volte criticato, dove il riconoscimento del limite ne presuppone il suo superamento. Solo un Soggetto assoluto, infatti, può prescindere da quella natura relazionale propria della coscienza e sfuggire – così – al gioco del desiderio. Se sul piano teorico il pensiero di Michelstaedter sembra essere contraddittorio, assolutamente moderna si presenta – invece – la critica alla società del suo tempo. Come Nietzsche, anche Michelstaedter vede in Platone l’origine dell’educazione rettorica, in un’anticipazione della francofortese “teoria critica” della società.

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8 INTRODUZIONE Io lo so perché parlo ma che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà – ma la rettorica ¢vαγkάζει µε ταàτα δρ©ν βίv – o in altre parole «è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi». Eppure quanto io dico è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole. Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti; lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi. Lo disse l’Ecclesiaste ma lo trattarono e lo spiegarono come libro sacro che non poteva quindi dir niente che fosse in contraddizione coll’ottimismo della Bibbia; lo disse Cristo, e ci fabbricarono su la Chiesa; lo dissero Eschilo e Sofocle e Simonide, e agli Italiani lo proclamò Petrarca trionfalmente, lo ripeté con dolore Leopardi – ma gli uomini furono loro grati dei bei versi, e se ne fecero generi letterari. Se ai nostri tempi le creature di Ibsen lo fanno vivere su tutte le scene, gli uomini «si divertono» a sentir fra le altre anche quelle storie «eccezionali» e i critici parlano di «simbolismo»; e se Beethoven lo canta così da muovere il cuore d’ognuno, ognuno adopera poi la commozione per i suoi scopi – e in fondo… è questione di contrappunto. Se io ora lo ripeto per quanto so e posso, poiché lo faccio così che non può divertire nessuno, né con dignità filosofica né con concretezza artistica, ma da povero pedone che misura coi suoi passi il terreno, non pago l’entrata in nessuna delle categorie stabilite – né faccio precedente

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