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L'attentato a Togliatti visto attraverso ''L'Unità'' e il ''Corriere della Sera''

Informazioni tesi

  Autore: Guido Micheli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia
  Relatore: Valerio Romitelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

Il 14 luglio del 1948, di fronte all’uscita secondaria del Parlamento, a Roma, l’Onorevole Palmiro Togliatti, capo indiscusso del Partito comunista italiano, viene ferito gravemente da alcuni colpi di pistola, sparati contro di lui da un giovane siciliano, Antonio Pallante, di idee politiche confusamente fasciste. Egli stesso dichiarerà poco dopo “di avere agito per un impulso del suo animo che gli faceva riconoscere in Togliatti uno dei peggiori nemici del Paese.”
La notizia dell’attentato ha subito ripercussioni molto forti in tutta la Penisola:
in particolare a Roma, nelle campagne toscane e al Nord, nei grandi centri industriali come Milano, Torino, e soprattutto Genova, Si susseguono tre giorni di barricate, occupazioni di fabbriche e scontri tra manifestanti e polizia che fanno intravedere a molti, sia a destra che a sinistra, lo spettro di una lacerante guerra civile.
Scorrendo le pagine di due tra i principali - e al tempo stesso più emblematici - quotidiani dell’epoca emergono alcuni elementi interessanti per la ricerca storica sul secondo dopoguerra italiano: l’impasse in cui viene a trovarsi il PCI nei momenti dell’attentato e della conseguente esplosione di rabbia popolare, non è altro che il riflesso della posizione difficile in cui esso è stato collocato dalla nuova situazione internazionale, che, nel quadro della nascente “guerra fredda”, lascia ben poche speranze ai partiti comunisti occidentali, pure usciti vittoriosi dalla guerra di resistenza e dalla clandestinità.
Ma dalle pagine dei due quotidiani si evincono anche alcuni degli elementi fondamentali che hanno caratterizzato la polemica politica nell’immediato triennio postbellico, un periodo di contrapposizioni fortissime, che hanno rischiato, come già detto, di rendere effimera la pace conquistata nel 1945. L’attentato a Palmiro Togliatti, oltre ad essere figlio di questo stesso scontro frontale in seno alla società civile italiana, ne costituisce anche la cartina di tornasole. A destra come a sinistra, rappresenta insomma il momento di definitiva “resa dei conti” cui vogliono giungere, per interessi contrapposti, sia i settori più conservatori della compagine governativa, sia le frange più marcatamente rivoluzionarie interne alle sinistre. Si è molto discusso, in sede storiografica, sulla scelta, operata dal PCI, di frenare le spinte insurrezionali di una parte consistente della sua base; ci si è chiesti, in primo luogo, se fosse stata una scelta dettata da considerazioni di carattere tattico, potremmo dire opportunistico, piuttosto che motivata da un sincero attaccamento ai principi e alle istituzioni democratiche. Globalmente, si può dire che le reazioni suscitate, seppure in forma diversa, dalla notizia dei colpi di pistola contro Togliatti tradiscono la convinzione, diffusa tra molti militanti comunisti, che soltanto una resa dei conti con l’avversario violenta e armata può portare ad un mutamento dei rapporti di forza e, in ultima istanza, delle condizioni di vita di milioni di lavoratori italiani. Ma con altrettanta sicurezza si può dire che è stato proprio l’intervento del gruppo dirigente comunista ad evitare che questa resa dei conti si trasformasse in una guerra civile vera e propria, dagli effetti imprevedibili ma sicuramente nefasti per la precaria situazione economica e sociale italiana.
La scelta compiuta dai vertici comunisti, in quel momento drammatico e in assenza del carisma del leader, ha costituito infatti un passo fondamentale per il paese verso l’attenuazione di quei conflitti sociali sviluppatisi in misura sempre crescente all’indomani della liberazione dal nazifascismo. E ha rappresentato inoltre, per il PCI stesso, una tappa fondamentale sulla strada dell’adesione, questa volta non soltanto formale ma di principio, ai valori della democrazia e alle istituzioni su di essa fondate. Un processo che porterà il Partito comunista italiano a diventare una delle grandi forze democratiche e nazionali del nostro Paese.

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2 Rassegna storiografica introduttiva Nell’ambito della cospicua letteratura riguardante l’attentato contro l’allora capo del Partito Comunista italiano, Palmiro Togliatti, e lo sciopero generale che ne è seguito, esistono diverse opere imprescindibili per chiunque volesse avvicinarsi all’argomento, alcune dal carattere più biografico (o talvolta autobiografico), altre invece più orientate all’approfondimento del contesto storico da cui quegli eventi sono scaturiti. In realtà, va detto subito, tracciare una linea di demarcazione netta tra questi due tipi di approccio risulta difficile, soprattutto in questo caso: da un lato per via della necessità, per una qualunque ricerca storica, di ricorrere, interpretandole, alle testimonianze dirette dei protagonisti di quelle giornate; e dall’altro perché anche le opere caratterizzate da un elemento biografico più forte sono, per la comprensione del fatto storico in questione, un valido strumento per il proseguo della ricerca stessa. Un esempio calzante, a questo proposito, è rappresentato dal saggio di Massimo Caprara, L’attentato a Togliatti. Il PCI tra insurrezione e programma democratico. Qui, infatti, il ricordo personale dell’autore (che è stato in quegli anni il segretario del leader PCI) si fonde con un approfondimento a posteriori del contesto politico e sociale in cui si è verificato l’attentato, con tutte le sue conseguenze, sia a breve che a lungo termine. Caprara si sofferma infatti tanto sul dibattito politico tra i due schieramenti, quanto sui tentennamenti e sulle ambiguità manifestatesi all’interno del suo partito nelle ore immediatamente successive all’attentato; e qui

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