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Antonio Sant'Elia. La mia prospettiva interiore

Informazioni tesi

  Autore: Giacinto Cerviere
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Composizione architettonica
Anno: 2002
Docente/Relatore: Cuomo Alberto
Istituito da: Università degli Studi di Napoli - Federico II
Dipartimento: Dipartimento di progettazione architettonica e amb
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 144

Una forma di pensiero su cui si è vastamente scritto e riflettuto aleggia sull’architettura occidentale del Novecento. Si tratta di un concetto che si sviluppa con l’interpretazione estetica degli spazi urbano e rurale che la rivoluzione industriale ha modellato, un giudizio che stravolge i codici stilistici che per secoli non erano sottoposti a significative deflagrazioni: è l’idea di bellezza che avanza dal regno della pura pratica artistica pronta a ‘contaminare’ sotto nuove modalità le cose discendenti dal più remoto anonimato funzionale. Indubitabile è lo sconfinamento strategico del Bello. Tendendo a rigenerare l’arte in senso lato il Bello è votato nel moderno a confrontarsi con tutto ciò che ancora non gli appartiene; a guardare verso il ‘non essere’ dato dalla deformitas, dispensato dalla bruttezza pura e primordiale del nuovo mondo meccanico, ad esaminare criticamente tutto quello che eccede in esso e che, appunto, secondo l’idea estetica classica ‘non deve essere’. Le nuove cose reiette dalle grandi masse d’opinione sono i materiali e le forme scaturite dalla tecnica moderna. Questi oggetti una volta prodotti e sublimati dall’alta cultura saranno accolti dall’arte solo dopo un lungo cammino ancora oggi purtroppo ostacolato dai lenti sistemi di percezione di cui molta parte della nostra comunità disciplinare è tuttora prigioniera. Gli accademismi, gli eclettismi, sono superati. Da questo momento lo spazio teoretico non più occupato dal Bello acquisito è a disposizione per poter essere speso a ricercare e ad analizzare anche l’architettura mediante disparate preesistenti espressioni artistiche; così come la nascente metropoli, così come il territorio antropizzato che viene gradualmente inciso ulteriormente dalle macchine.

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4 PROLOGO Una forma di pensiero su cui si è vastamente scritto e riflettuto aleggia sull’architettura occidentale del Novecento. Si tratta di un concetto che si sviluppa con l’interpretazione estetica degli spazi urbano e rurale che la rivoluzione industriale ha modellato, un giudizio che stravolge i codici stilistici che per secoli non erano sottoposti a significative deflagrazioni: è l’idea di bellezza che avanza dal regno della pura pratica artistica pronta a ‘contaminare’ sotto nuove modalità le cose discendenti dal più remoto anonimato funzionale. Indubitabile è lo sconfinamento strategico del Bello. Tendendo a rigenerare l’arte in senso lato il Bello è votato nel moderno a confrontarsi con tutto ciò che ancora non gli appartiene; a guardare verso il ‘non essere’ dato dalla deformitas, dispensato dalla bruttezza pura e primordiale del nuovo mondo meccanico, ad esaminare criticamente tutto quello che eccede in esso e che, appunto, secondo l’idea estetica classica ‘non deve essere’. Le nuove cose reiette dalle grandi masse d’opinione sono i materiali e le forme scaturite dalla tecnica moderna. Questi oggetti una volta prodotti e sublimati dall’alta cultura saranno accolti dall’arte solo dopo un lungo cammino ancora oggi purtroppo ostacolato dai lenti sistemi di percezione di cui molta parte della nostra comunità disciplinare è tuttora prigioniera. Gli accademismi, gli eclettismi, sono superati. Da questo momento lo spazio teoretico non più occupato dal Bello acquisito è a disposizione per poter essere speso a ricercare e ad analizzare anche l’architettura mediante disparate preesistenti espressioni artistiche; così come la nascente metropoli, così come il territorio antropizzato che viene gradualmente inciso ulteriormente dalle macchine. La ricca stagione degli studi teorici in architettura, dall’affermazione della misteriosa cultura politecnica fino alla nascita delle forze più tecnologiche del movimento moderno, non si è mai soffermata abbastanza, come invero ha fatto la filosofia estetica o le culture letterarie e visuali moderne, su una questione cruciale sulla quale si struttura tutto il dibattito che plasma il pensiero progettuale contemporaneo: l’immissione in architettura nella seconda metà del secolo XVIII di nuovi materiali e di strumenti ad alto grado tecnologico che ne hanno alimentato ‘spontaneamente’ le forme, non ha concesso solo risposte ad un esclusivo tentativo di risoluzione di problematiche di usabilità appartenenti ai bisogni umani fondamentali, non ha soltanto attribuito ulteriore spazio espressivo ad azioni intellettuali capaci di offrire una rinnovata, morale, bellezza extracanonica. Tale introduzione, ha provocato la successiva fuoriuscita e il conseguente rilevamento di una forma di bellezza più sottile e tormentata espressa da una spiritualità satura di accenti trascendentali, nata

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