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Un esorcismo di sopravvivenza. Per un'etica della comunicazione nella società nomade

Informazioni tesi

  Autore: Antonio De Simone
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - Napoli
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Agata Piromallo Gambardella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 142

Come su un’altalena, il primo movimento si lega ad un secondo. In questa familiare meccanica riconosciamo una certezza: un movimento necessita sempre l’altro, ed essi si susseguiranno immancabilmente. Il presente lavoro si è ritrovato, senza volerlo, ad esprimere una dinamica del genere. La spina dorsale del testo è costituita dall’analisi del pensiero di Karl Otto Apel e quello di Michel Maffesoli. Se è vero, con Aristotele, che la filosofia nasce con la meraviglia, la voglia di accostare e confrontare le idee di due pensatori così diversi tra loro nasce dal desiderio di rimanere sorpresi nel momento in cui la comparazione regala la gioia di intuizioni inaspettate. Così, c’è un filosofo tedesco che, raccogliendo l’eredità kantiana, pone la propria sensibilità a servizio della ricerca di un’etica universalmente condivisa; segue un sociologo francese il quale, occupando la cattedra che un tempo fu di Durkheim, individua nella società postmoderna la saturazione dei valori fondanti della modernità, riconoscendo nelle espressioni neotribali attuali un nomadismo comunitario fondato su una nuova dimensione dell’ethos. Ecco subito la domanda più ovvia: in questo nuovo tessuto sociale, sempre più caratterizzato da manifestazioni aggreganti fondati su un nuovo senso estetico, che richiama ai valori ancestrali della gioia della vita vissuta in prossemia, fuori da qualsiasi impegno che non sia quello dello stare insieme l’uno per l’altro in una dinamica orizzontale e mai più verticale, ebbene, in questo contesto, è possibile riconoscere un’etica universale valida per tutti, di fondazione trascendentale e che si affretti ad attualizzarsi ed estendersi nel mondo delle persone, dai palazzi del potere fino all’ombra degli umili? Una volta chiesto questo, si può passare ad una seconda questione: perché molti si affannano a cercare un linguaggio comune che riesca a fondare un dialogo con la maggior parte dell’umanità? E perché, allo stesso tempo, piccole o grandi comunità si chiudono, invece, nelle loro realtà e cercano un proprio linguaggio, una propria identità, una propria radice difendendosi strenuamente dall’imposizione di qualsiasi metalinguaggio? Sono queste le due questioni che verranno scandagliate nel testo attraverso il supporto degli studi e delle osservazioni di teorici che si sono occupati di tali argomenti, ma soprattutto partendo proprio dal confronto dei due autori che ho scelto di porre, questa volta, su un’altalena a coppia. Un duplice moto,dunque, un’unica meccanica. Mentre qualcuno cerca oltre i propri confini, altrove qualcun’altro si stringe nei propri. Tale è la cifra dell’esorcismo che sottende il presente lavoro. La dinamica unica è quella di non adagiarsi sullo stato di cose vigenti. Entrambe le spinte, in modo più o meno inconscio o consapevole, esprimono la volontà, il desiderio (ora nei principi etici a sostegno degli oppressi, ora nel culto di una bellezza ancestrale) di ristabilire una comunità umana che scongiuri l’ansia di non riuscire a capirsi ed accettarsi, e che esorcizzi le paure delle politiche di violenza nei confronti delle altre culture, con lo scopo di farsi capire ed accettare per forza. Questo è l’esorcismo dell’altalena: è lo sguardo nostalgico su un passato comunitario mai passato, che si vuole conservare per trovare una chiave d’accesso a quella comunità più grande e così ammaliante ma tanto difficile da sedurre; quella dell’etica universale che vuole superare le barriere per fondare un territorio comune di comportamenti condivisi. I rischi sottesi sono quelli dell’omologazione delle politiche globalizzanti; essi vengono continuamente esorcizzati attraverso manifestazioni come quelle neotribali che esprimono, anche inconsciamente, il bisogno di difendere qualcosa che rischia di essere ingoiato nell’universo dove tutto è paurosamente uguale. Anche il desiderio che spinge l’uomo a cercare quello che ci accomuna, oltre i propri confini è, a suo modo, una strategia di sopravvivenza alle paure di atteggiamenti sociali e politici che, proprio mentre fingono di voler avvicinare i popoli, li affogano in distanze abissali. Il destino di una società tecnologica è quello di avvicinare le persone, di ridurre le distanze attraverso il potenziamento dei ponti della comunicazione e dell’informazione; farlo nel rispetto del valore delle diversità è, in qualche modo, lo spirito della società nomade che possiamo intravedere: conoscere, viaggiare, condividere senza confini ma nel sostegno e nella difesa strenua delle identità culturali, sociali e geografiche delle infinite comunità mondiali. Un’altalena tra arcaismo e tecnologia, tra etica universale ed etica comunitaria nel tentativo di aprire un ventaglio di possibilità che sfidino l’ineluttabilità di un unico stato di cose, che distribuisce tanto a pochi e nulla ai più, e nell’idea di ridimensionare il concetto di responsabilità nella misura delle comunità per superare il senso di impotenza individuale.

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2 Introduzione (inaggirabile) “C’è la bellezza e ci sono gli oppressi. Per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele ad entrambi”. A. Camus

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