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La ragionevole durata e la crisi del sistema giudiziario italiano

Il concetto di ragionevole durata del processo civile trova fondamento nell'art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo ed è ivi riconosciuto come uno dei diritti fondamentamentali dell'individuo e come una delle garanzie tipiche dell'equo processo. Accanto al riconoscimento del diritto all'equo processo la CEDU garantisce un sistema di tutela per il singolo, il quale, in caso di violazione dell'art. 6(o di ogni altra disposizione CEDU) potrà adire la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo; i giudici di Strasburgom, ammesso il ricorso ed accertata la violazione, accorderanno un'equa riparazione al ricorrente. L'Italia ratifica la CEDU nel 1955 e, inserendola nell'ordinamento a livello di legge ordinaria, la pone quasi nel dimenticatoio. L'inerzia del legislatore innanzi all'obbligo di risultato imposto con la ratifica della CEDU (adottare misure affinchè il sistema giudiziario renda giustizia in tempi ragionevoli) e la totale indifferenza della giurisprudenza italiana (Cassazione e Corte Costituzionale) a qualificare la DURATA RAGIONEVOLE come requisito di effettività di un sistema efficiente, ha come conseguenza la enorme mole di ricorsi presentati a Strasburgo contro lo Stata Italiano per violazione della ragionevole durata; si pensi che solo nel 1999 vengono depositati 1.600 ricorsi e vengono pronunciate dalla Corte Europea circa 80 sentenze con un onere per le casse italiane di circa 2, 5 mld di vecchie lire. Le timide riforme del legislatore sfociano nella legge costituzionale n.2/1999, la quale, modificando l'art. 111Cost., introduce i principi del giusto processo e per la prima volta il secondo comma dell'articolo prevede che "la legge ne assicura la ragionevole durata". Tale intervento non risolleva le sorti dello Stato, il quale nella relazione del Consiglio d'Europa del 2000 viene qualificato come "sorvegliato speciale" e minacciato con la sanzione della sospensione del diritto di voto, proprio perchè in un sistema ove il raggiungimento del prodotto giudiziario si allontana nel tempo per cause imputabili al sistema medesimo, non isi può che parlare di giustizia negata. Davanti alle pressioni della Corte Europea, il legislatore interviene una seconda volta, introducendo un rimedio nazionale di natura risarcitoria a fronte della violazione dell'art. 6 cedu,§1, volto a ridurre la mole di ricorsi presentati , la legge 89/01, cd. Legge Pinto. L'effetto della legge è negativo: attribuendo la competenza a trattare il ricorso alle Corti d'Appello, queste saranno intasate ulteriormente rispetto alla enorme mole di procedimenti di secondo grado già pendenti presso le stesse. A peggiorare la situazione anche i contrasti tra i giudici di Strasburgo e i giudici nazionali sull'entità del ristoro concesso ai ricorrenti e sull'interpretaziopne dei parametri forniti da Strasburgo per valutare la ragionevolezza della durata del processo civile.
Arriviamo dunque alle soglie del 2005 senza sostanziali accelerazioni della macchina giustizia, anzi, le opere di monitoraggio delle Istituzioni Comunitarie si inaspriscono ed il nostro legislatore interviene per l'ennesima volta con una riforma dall'impatto totalitario: la legge n. 80/2005 (di conversione del d.l. 35/2005). L'analisi di alcuni aspetti della legge inerenti il processo civile, dell'esecuzione e cautelare, sembra, almeno sulla carta, portare una ventata di celerità....ma non basta la legislazione sostanziale, occorre un serio impegno anche sulla ristrutturazione degli uffici giudiziari ed altri accorgimenti volti a deflazionare il contenzioso, anticipando nel tempo l'ottenimento di tutela, ad esempio tramite arbitrati, consulenze tecniche preventive, processi a cognizione sommaria.

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1 Premessa: la durata dei processi Le disfunzioni della giustizia si pongono come un problema costante che affonda le sue radici nel tempo, fin da quando si può parlare di processo quale sequenza procedimentale scandita da termini 1 . Ogni riflessione sul difettoso funzionamento dell’ apparato giudiziario impone di assumere ad oggetto non la giustizia, ma proprio il suo contrario, cioè la giustizia negata 2 . Già all’ epoca altomedievale la patologia dei ritardi e delle omissioni si presentava come problema esistenziale dell’ ordinamento che portava i cittadini a porre in essere delle rappresaglie contro la comunità e contro i giudici 3 . Ogni violazione delle scansioni temporali del processo si ripercuote sull’ interesse delle parti ad ottenere la sentenza e la sua esecuzione ed integra quella che parte di dottrina definisce “denegata giustizia formale” 4 , per distinguerla dalla denegata giustizia “sostanziale”, intesa quale violazioni nella procedura. Affinché si possa cogliere una violazione dei termini procedurali è necessario che esistano disposizioni che fissino l’ arco di tempo entro il quale circoscrivere la durata del processo e l’ esistenza di siffatte norme risale ad epoche molto anteriori: nell’ ordo iudiciorum privatorum romano erano stati apposti dei termini precisi, pena la perenzione, sia per gli iudicia legitima ( un anno e mezzo), che per gli 1 A. PADOA SCHIOPPA, “…così frequente nella vita altomedievale il ricorso all’ appello per denegata giustizia”, in “Ricerche sull’appello nel diritto intermedio”, I,Giuffré, Milano 1967, p.80 ss.; 2 FERRARI-ZUMBINI, “…giustizia e denegata giustizia presuppongono un processo, primordiale che fosse”, in “La lotta contro il tempo nel processo altomedievale”, ed. Fondazione Sergio Marchi Onory per la storia del diritto italiano, Roma, 1997, p.82; 3 VIDARI, “La frequenza, la pretestuosità, gli arbitri di tali rappresaglie sono insiti nella turbolenza cella vita alto- medievale”, in voce “Rappresaglia (storia)”, in “EdD”, 1987, vol. 38; 4 FERRARI-ZUMBINI, op.cit, p. 100.;

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Eleonora Arcioni Contatta »

Composta da 230 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.