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Dal ''teatro filmato'' al cinema: la conquista del movimento della cinepresa

Informazioni tesi

  Autore: Giacomo Arrigoni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Roberto Provenzano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 96

L'origine dei movimenti della macchina da presa e le sue implicazioni estetiche nel cinema.Il movimento della macchina da presa può apparire un argomento astratto: certo si può darne la definizione sintetica di “effetto visivo generato dallo spostamento reale o virtuale della cinepresa nello spazio scenico”; oppure si può analizzarlo nelle sue componenti, descrivendone la traiettoria, la velocità o la durata, magari specificando con quale strumento è stato realizzato: un dolly, una gru o un carrello. Tutto questo serve poco per cogliere la portata di un movimento della cinepresa, perché esso non esiste a voce o sulla carta: per capirne la rilevanza è necessario vederlo, subirne gli effetti nel buio di una sala cinematografica. Effetti dirompenti che a volte, presi nella visione di un film, non notiamo.
Il movimento di macchina ci trascina nel vortice delle vicende, ci avvicina o allontana ai personaggi, immergendoci nella finzione, rafforzando la sensazione di essere realmente presenti nello spazio scenico ed elevando al massimo il nostro coinvolgimento e la nostra attenzione. A volte, muovendosi nell’ambiente, la macchina svela particolari agghiaccianti (come in Giovane e innocente di Hitchcock) o al contrario evita volontariamente una situazione raccapricciante (come nel film Le iene di Tarantino). Il dinamismo della cinepresa consente anche di esprimere concetti astratti e metafore, arricchendo il discorso filmico di nuove possibilità espressive, permettendogli, come sostiene Wim Wenders, di rendere visibile l’invisibile e l’immateriale delle passioni, dei pensieri e dei valori. Inoltre, può creare una rappresentazione realistica del mondo, perché ne riflette la complessità, la mutevolezza, la non comprensibilità immediata che richiede uno sguardo più attento e partecipe.
La superficie dello schermo, da piatta e invalicabile, si fa così dinamica, cangiante: le immagini acquistano una profondità e una tridimensionalità apparenti che le rendono vive e tangibili. Il mondo che vediamo proiettato ci sembra quasi reale, perché possiamo perlustrarlo, attraversarlo, quasi toccarlo: grazie al movimento di macchina lo spettatore, anche se seduto, può innalzarsi lungo le pareti di un grattacielo per osservare chi si muove all’interno, precipitare senza danni nell’abisso infuocato di un vulcano, attraversare barriere e pareti come un fantasma, sfrecciare tra i palazzi di New York appeso ad una ragnatela (come avviene in La folla di Vidor, La compagnia dell’anello di Jackson, Fight Club di Fincher e Spider Man di Raimi).
È stato proprio grazie alla conquista del movimento della cinepresa, suo tratto peculiare e inimitabile, che il cinema si è affermato come medium autonomo rispetto agli altri mezzi di comunicazione con i quali originariamente si è intrecciato ed ibridato (teatro, fotografia, pittura): inizialmente il cinematografo è stato uno strumento al servizio di altre forme culturali, un dispositivo per registrare e poi ritrasmettere davanti ad un pubblico eventi o spettacoli. In poche parole, una protesi per potenziare le performance degli altri media. Nel tempo si è liberato delle costrizioni e delle regole di composizione fotografica e teatrale che lo costringevano alla fissità e all’adozione di un unico punto di vista. Ha iniziato a raccontare storie e a frammentare tempo e spazio in segmenti poi riuniti dal montaggio. Infine, ha conquistato piena autonomia appropriandosi dello spazio scenico, esplorandolo e dilatandolo grazie ai movimenti di macchina, che portano il nostro corpo, con le sue sensazioni, impressioni e percezioni, direttamente al centro della storia, permettendo ad ogni film di regalare l’emozione di un viaggio unico e straordinario, pervaso dalla magia che solo i sogni possiedono.

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4 0. Introduzione Verso la fine del diciannovesimo secolo, una serie di invenzioni e ritrovati tecnici permisero la concretizzazione di un sogno accarezzato per millenni, la nascita di una nuova forma di espressione contraddistinta dalla capacità di registrare e in seguito riprodurre il movimento attraverso una successione di immagini statiche: il cinematografo. Ogni mezzo di comunicazione al momento della sua “nascita” è uno strumento inconsapevole a se stesso: non possiede un suo linguaggio specifico, non sa muoversi autonomamente nella costruzione dei significati e cerca nei media tradizionali, ossia già sviluppati e definiti nei propri elementi distintivi, delle guide e degli indirizzi per giungere alla scoperta delle proprie caratteristiche e specificità. L’infanzia di ogni medium può essere fondamentalmente considerata come un percorso di imitazione, cannibalizzazione, assimilazione o distorsione di forme, codici e modelli tipici di altri mezzi di espressione. Non diversamente da quanto avviene nel rapporto tra le persone, è attraverso il dialogo e l’incontro/scontro con l’altro che si giunge ad una migliore conoscenza di sé. Il cinematografo, nato ufficialmente nel 1895 (anche se la sua genesi, a cui poi si accennerà, affonda le radici in anni precedenti) fece immediato riferimento a tutte quelle forme di comunicazione fondate sul regime della visione, con le quali entrò in fertile rapporto intermediale: la fotografia (con cui condivide il legame ad un supporto fisico da impressionare con la luce, matrice su cui resta l’impronta del reale), la pittura (entrambi “sezionano” una porzione di spazio inquadrandolo in una cornice) e il teatro (spettacolo inscenato di fronte ad una platea di spettatori). La posta in gioco nel confronto con questi media già

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