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Jihad: il problema di una definizione

Informazioni tesi

  Autore: Serena Teresa Spezzoni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Riccardo Panattoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 37

Nella società contemporanea molti problemi possono derivare dall'incapacità di comprensione e questra spesso è data dall'interpretazione sbagliata di termini ma anche da manipolazioni in un contesto di menzogne e mistificazioni. Ne è esempio il termine Jihad, tanto nominato e poco conosciuto; tanto in Occidente quanto in Oriente vi si è attribuito il significato di guerra santa combattuta dai musulmani e proprio qui sta il punto di partenza di questa analisi che ha l'intento di rivelare quanto alla base della comunicazione vi sia una corretta interpretazione. Il tentativo di decostruzione qui proposto non vuole essere una giustificazione ma una presa di coscienza dei fatti attuali visti da una prospettiva storica, filosofica e linguistica.

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2 PREFAZIONE Max Weber parla dell’islam degli esordi come di una «religione di guerrieri volti alla conquista del mondo, un ordine cavalleresco di disciplinati combattenti per la fede, sul modello del cristianesimo dell’epoca della Crociate» 1 . È a questo tipo di islam che sembra riferirsi il Presidente Bush nel discorso del 29 gennaio 2002, in cui identifica il nuovo «Asse del Male»: Iraq, Corea del Nord e Iran. Il discorso, stilato dal ghost writer David Frum 2 , richiama ad un «jihad statunitense», teso alla normalizzazione del Medio Oriente 3 . Nel testo si parla di «moral struggle»: questa può essere una traduzione letterale inglese di jihad - lotta morale - per la diffusione della democrazia liberale 4 . Ma questa moral struggle comporta anche la guerra di prevenzione? Il termine jihad in tutti i suoi aspetti, usi, accezioni, fraintendimenti, racchiude in sé le difficoltà che possono derivare dall’incapacità di comprensione reciproca, che non può aver luogo in un contesto di menzogne, mistificazioni, manipolazioni completamente privo di regole. Habermas ritiene che il retroterra comune renda possibile la comunicazione - vista come insieme di condizioni simmetriche di una reciproca assunzione di prospettive -; nel caso in cui non possa realizzarsi, parlanti e ascoltatori si estraniano diventando indifferenti al riscatto della pretesa di validità delle loro asserzioni. Questo è l’inizio di una distorsione comunicativa del fraintendimento e del raggiro di cui il terrorismo è espressione più radicale. L’approccio di Habermas dà alla filosofia la possibilità di diagnosticare i mali della società in termini di difetti della comunicazione. Quanto più un concetto è sfuggente - afferma Derrida - tanto più è facile appropriarsene politicamente in maniera opportunistica. L’importanza della comunicazione consiste oggi nell’attribuire significati ad entità che in qualche modo acquistano una sorta di legittimazione, riconoscimento e, quindi, importanza. I due filosofi, in un dialogo aperto, hanno tentato di ricostruire e decostruire un termine, quello di terrorismo, dimostrando quante implicazioni questa analisi possa comportare nella comprensione di un fenomeno; è ritenuto un modo positivo e utile per non incorrere in errori comunicativi che mai come nel nostro tempo, possono provocare enormi sconvolgimenti 5 . 1 Max Weber, Sociologia delle religioni, UTET, Torino 1976, I 339. 2 Cfr. Frontline: Terror and Teheran: interviews: David Frum, http://www.pbs.org/wkbh/pages/frontline/shows/interviews/frum.html. 3 Cfr. Stefano Salzani, Le mutazioni della teologia estrema: il caso Iran, “Teologia Politica”, 1, 2004, 167. 4 La democrazia «non si può trapiantare, come un cespuglio di rose da un giardino culturale all’altro. Al contrario, ha bisogno di essere allevata e nutrita con cura e di essere adattata alle condizioni locali»: Howard J. Wiarda, Comparative Democracy and Democratization, Harcourt College, Forth Worth 2002, 6. 5 Su queste considerazioni cfr. Giovanna Borradori, Filosofia del terrore, Dialoghi con J. Habermas e J. Derrida, Laterza, Roma-Bari 2003.

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escatologia
fondamentalismo islamico
guerra santa
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l'immaginario
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