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Percezione come Abduzione

Informazioni tesi

  Autore: Maura Fiorelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Carlo Cellucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 82

La tesi che seguirà tratterà l’argomento dell’abduzione come forma di percezione. L’analisi verterà, in primo luogo, sulla percezione del mondo esterno da parte dell’uomo, la quale determina come esso deve agire nel mondo stesso. Infatti tramite l’abduzione si possono elaborare ipotesi che derivando dallo stupore e quindi dalla mancata conoscenza degli elementi che ci troviamo davanti e porta ad un tipo di ragionamento che sarà abduttivo quando sono conosciute le premesse di una inferenza, ovvero gli stimoli ambientali, ma non sono conosciute le conclusioni in quanto nelle premesse non è detto che si possa trovare l’elemento determinante per la soluzione: l’abduzione risalirà alla causa di un effetto formulando ipotesi coerenti con tale effetto.
Con l’aiuto dell’analisi di Peirce (1839-1914) riusciremo a comprendere in quale ambito viene applicata l’abduzione e come è nata. Infatti l’abduzione è un metodo che serve a formulare ipotesi mediante un istinto che Peirce definisce ipotizzante, un istinto che incosciamente ci spinge a formulare congetture sul mondo circostante e che ci permette di comprendere a primo impatto gli oggetti e le cose che ci circondano. Peirce paragona tale istinto a quello degli animali che si presenta come manifestazione di un istinto di sopravvivenza derivato dall’adattamento all’ambiente. Allo stesso tempo però l’abduzione non viene considerata fine a se stessa ma in relazione alle altre forme di inferenza, quali la deduzione e l’induzione, perché è parte integrante di una strategia di ragionamento che partendo dalle migliori spiegazioni possibili di un evento, passa al chiarimento di tali ipotesi mediante la deduzione e le verifica con l’induzione.
Questo movimento del ragionamento utilizzato da Peirce si può riscontrare anche nell’applicazione del metodo nella simulazione del comportamento umano da parte dell’AI, cioè dell’Intelligenza Artificiale con esperimenti che dimostrano come un robot può formulare delle inferenze che lo rendono adatto a reagire agli stimoli esterni e quindi agire secondo un ragionamento che può essere definito intelligente. Per fare questo si utilizza il modello della percezione attiva o visione attiva, ovvero di quel tipo di percezione che un robot possiede grazie all’istallazione di telecamere che gli permettono di avere una visione stereoscopica e quindi gli permettono di creare congetture rilevanti per la comprensione stessa degli avvenimenti: attraverso la scansione delle immagini che passano davanti al robot, esso riuscirà definire quello che lo circonda. E’ per questo che verranno menzionati alcuni esperimenti con cui si vuole dimostrare che un robot riesce a riconoscere un ambiente anche se non ha nel database i dati necessari per definirlo.
Come nell’uomo così nel robot quello che si cercherà di capire è come si riesce a trovare, tramite stimoli esterni e sensoriali, la soluzione per compiere l’azione giusta nel contesto in cui ci si trova.

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Introduzione L’uomo è un animale speciale perché è riuscito ad adattarsi all’ambiente circostante meglio degli altri organismi sia per ragioni fisiche che per ragioni intellettuali. L’adattamento all’ambiente e la nostra continua adattabilità sono condizionati dal nostro modo di conoscere le cose circostanti soprattutto mediante i sensi e quindi mediante la percezione che viene elaborata inconsapevolmente. In questo contesto elaboreremo solo il caso della percezione visiva in quanto è quella che ci consente di percepire l’ambiente circostante elaborandolo direttamente tramite inferenze incosce che non riusciamo a spiegare concretamente ma che ci portano ad agire in modi determinati. Per questo l’occhio è composto da diversi elementi che collaborano tra di loro: infatti la retina rifrange la luce entrante che viene percepita se frange nella parte anteriore ovvero nella fovea dove sono situati i ricettori. Il nervo ottico è privo di ricettori e perciò è un punto cieco. Affinché vengano appianati questi limiti, l’occhio si muove continuamente per permettere alla fovea di focalizzare le varie parti dell’oggetto della nostra esperienza: l’immagine che si imprimerà sulla retina sarà invertita e bidimensionale, ma consciamente noi la percepiremo inversamente. Infatti l’esperienza visiva è sempre unica ed unificata perché le immagini retiniche sono leggermente diverse l’una dall’altra, una per ogni occhio che invertitamene percepiscono l’immagine e in più è tridimensionale in presenza di un’immagine bidimensionale sulla retina. Questo dimostra che nella visione gli oggetti non ci sono dati di colpo nella totalità ma per stadi successivi, grazie appunto ai movimenti degli occhi (saccadi), della testa e dell’intero corpo la vista acquista un contenuto spaziale direttamente attraverso il movimento senza alcun intermediario. Gli aspetti che confermano questa posizione sono confermati dalla percezione che abbiamo costantemente della dimensione, della forma e del colore in cui sebbene sulla retina si formino immagini di dimensioni o di forme o di colore differenti , in situazioni familiari esse ci appaiono regolari ovvero della stessa dimensione, della stessa forma e dello stesso colore. Quindi con l’ausilio di questo senso, gli uomini iniziarono a ricercare la conoscenza primariamente al loro posto, nella natura permettendo uno sviluppo del sistema nervoso, all’inizio, aumentando solo nella dimensione, per coordinare i movimenti del corpo con lo scopo di accrescere l’efficacia nelle attività quali la caccia, l’accoppiamento e l’allevamento della prole e inseguito, bloccando la crescita della dimensione ma aumentando le connessioni neuronali, con lo scopo unico della sopravvivenza così che, con la raccolta di

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