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Le indagini difensive con particolare riferimento all'accesso ai luoghi del delitto

Presentazione dei contenuti dell’opera.


Nel quadro della ‘rivoluzione’ a cui il legislatore ha inteso sottoporre, emanando la l. 7 dicembre 2000, n. 397, il sistema delle indagini difensive, l’attribuzione alla difesa del potere di accedere ai luoghi inerenti al delitto riveste un ruolo di primaria importanza: esso, infatti, si configura come uno strumento decisivo in capo al difensore, in particolar modo per l’acquisizione di elementi di prova materiale, ma anche per l’assunzione di dichiarazioni da parte dei soggetti informati dei fatti incontrati sul posto.
Non è solo per la sua rilevanza, tuttavia, che si è scelto di renderlo l’oggetto principale della presente tesi, ma anche e soprattutto per il forte valore emblematico che tale istituto – come pochi altri tra quelli riferibili alle indagini difensive – acquista in ordine sia a ciò che di positivo la nuova legge ha introdotto nel sistema processuale, sia alle problematiche che essa ha lasciato irrisolte o a cui ha dato vita.
Al fine di dare attuazione al rinnovato principio costituzionale, introdotto dalla legge 2/1999, della parità tra accusa e difesa in ordine alla ricerca e all’eventuale assunzione dei mezzi di prova, il legislatore ha predisposto ed emanato, attraverso, appunto la l. 397/2000, una normativa la quale non solo attribuisce al difensore molteplici poteri investigativi ‘tipici’ fino ad allora riconosciuti esclusivamente alla pubblica accusa, ma che, oltretutto, impone delle chiare e rigorose regole di documentazione delle attività difensive svolte, al fine di garantire un grado di affidabilità in ordine alle produzioni della difesa che risulta essere ora pari a quello che viene riconnesso alle risultanze investigative poste al vaglio del giudice da parte della pubblica accusa.
E’ in questo ambito che si inserisce il potere difensivo di accedere ai luoghi del delitto: esso rappresenta, probabilmente, l’istituto di maggiore difficoltà esegetica tra quelli desumibili dal nuovo sistema delle investigazioni difensive, in quanto ai problemi interpretativi generalmente riferibili all’intera normativa, se ne aggiungono altri ad esso strettamente peculiari.
Complici alcune scelte compilative piuttosto discutibili operate al legislatore nella redazione dell’articolato, infatti, la normativa deputata a regolamentare questo particolare aspetto delle indagini della difesa appare alquanto disorganica e lacunosa e, in conseguenza di ciò, la ricostruzione del quadro sistematico che da essa emerge risulta essere alquanto difficoltosa.
Lo scopo del mio lavoro, però, è proprio quello di condurre un’esegesi che sia il più possibile puntuale ed esauriente del quadro normativo inerente all’accesso ai luoghi del delitto, che riesca non solo a porne in luce gli aspetti innovativi più rilevanti e le difficoltà interpretative ed applicative che da esso emergono, ma anche a dare a queste ultime una soluzione che possa essere sistematicamente plausibile, tenendo ovviamente conto delle opinioni espresse dalla dottrina più autorevole e delle posizioni assunte dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, nonché dell’importante contributo apportato, in taluni casi, dalla stessa classe forense, sotto forma di norme deontologiche imposte ai propri consociati.
Si perverrà, per tale via, a dimostrare come, nonostante le forti critiche alle quali è stata esposta, la disciplina che è stata data dal legislatore all’istituto in esame sia da considerarsi per lo più completa – o comunque completabile per via interpretativa - e dotata di una sua intrinseca coerenza, anche se non mancano i profili problematici emergenti dal dato normativo a cui non sembra possibile dare una soluzione per sola via esegetica.
Quest’opera analitica verrà condotta mantenendo un costante riferimento al contesto problematico generale nel quale il potere della difesa di accedere ai luoghi si colloca. Verranno evidenziate, in particolar modo, le importanti questioni riguardanti il ruolo del difensore che emerge dal nuovo sistema delle investigazioni difensive e quelle concernenti lo svolgimento di attività di indagine non espressamente tipizzate in favore del difensore, ma che la legge attribuisce comunque alla competenza degli organi inquirenti; ma soprattutto, si cercherà di dare una risposta ai più importanti quesiti che si pongono all’attenzione dell’interprete: la parità tra accusa e difesa in ambito investigativo alla quale la l. 397/2000 tende, si può dire che sia stata effettivamente raggiunta? Dopo la riforma delle investigazioni difensive, il processo penale può effettivamente definirsi “giusto”?

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4 Premessa Si rischia probabilmente di cadere nel retorico a voler dire che la l. 7 dicembre 2000 n. 397 abbia avuto una portata innovativa “epocale” all’interno del sistema processuale penale italiano. Di certo, però, nessuno può disconoscere l’importanza che essa riveste quale tentativo di dare finalmente una soluzione all’eccessivo squilibrio che si era venuto a determinare, tra le parti processuali, in ordine al contributo probatorio che ciascuna di esse avrebbe potuto dare al dibattimento. Già da tempo si era diffusa l’opinione di dover porre rimedio al paradosso di una difesa ammessa, secondo il principio dell’assunzione di prove su richiesta di parte, a presentare in dibattimento eventuali mezzi di prova ad essa favorevoli, senza che potesse, però, disporre di strumenti adeguati né per la loro ricerca, né per la loro documentazione e conseguente utilizzo processuale. Nell’impianto originario del codice di procedura penale, infatti, la disciplina delle investigazioni difensive trovava collocazione in una sola scarna norma, confinata addirittura nell’ambito delle disposizioni di attuazione, ove, all’art. 38, si riconosceva alla difesa unicamente un generico potere di investigazione ai fini dell’esercizio del proprio diritto alla prova, senza che, tuttavia, ne fossero in alcun modo specificate le modalità di attuazione e, soprattutto, di documentazione ed utilizzazione processuale. L’esigenza di riformare la previsione e la disciplina delle indagini della difesa divenne improcrastinabile dopo che la legge Cost. 2/1999, nell’introdurre all’interno del quadro costituzionale i principi del “giusto processo”, riformulò l’art. 111 Cost. attribuendo

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Marco Berrettoni Contatta »

Composta da 302 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.