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La comunicazione non profit: il caso Cesvi

Obiettivo della mia tesi è di indagare se nella comunicazione di una associazione non profit come Cesvi, che opera nel settore della cooperazione internazionale per lo sviluppo, il settore educational rappresenti un genere di comunicazione “alternativa” che possa portare un valore aggiunto alla strategia comunicativa e se quest’aspetto possa affiancarsi ad una efficace politica di advertising finalizzata alla fundraising permettendo inoltre di rafforzare la fidelizzazione dei sostenitori e di portare maggiori benefici nel lungo periodo.
L’indagine parte dall’analisi della campagna maggiormente conosciuta di Cesvi (“Fermiamo l’Aids sul nascere”) analizzandone successi, criticità e il rapporto con le iniziative educational ad essa legate.

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4 Introduzione Il settore non profit, chiamato anche Terzo Settore, nasce principalmente come approccio altruistico ai vecchi e nuovi problemi delle società contemporanee, attraverso iniziative alternative a quelle dello Stato (Primo Settore) e del Mercato (Secondo Settore). Nella prima fase dell’evoluzione di questo settore le organizzazioni non profit erano espressione di concezioni ideologiche forti di carattere religioso, dove prevaleva il carattere assistenziale, o politico rimanendo fino agli anni Sessanta fortemente dipendenti da poteri esterni non potendo quindi ottenere un’autonomia adeguata alla tutela e promozione di ogni diritto sociale. A partire dagli anni Settanta però, a causa dell’indebolimento dell’egemonia storica della Chiesa e dei movimenti di protesta, si aprono spazi inediti che vengono occupati da gruppi organizzati inizialmente in modo informale e poi con strutture sempre più articolate evolvendo dalla metà degli anni Ottanta in organizzazioni non più solo espressione di scelte etiche o politico-sociali ma anche di una sempre maggiore professionalità messa al servizio della comunità nella lotta all’emarginazione e nella tutela delle categorie sociali escluse. Lo scenario formatosi nel tempo ha portato a un settore molto variegato in rapida e continua evoluzione, che non ha permesso di elaborare una definizione comune e condivisa (da notare che il 55% delle istituzioni appartenenti si è costituito dopo il 1990); lo stesso termine “non profit” fa leva su un dato negativo, portando all’individuazione dei soggetti per esclusione non essendo essi né enti pubblici, né imprese del Mercato con finalità di lucro. Nel 1999 l’Istat ha fotografato per la prima volta in Italia il settore non profit accogliendo la nozione adottata dalle Nazioni Unite e dai principali organismi statistici internazionali nel 1993 secondo cui le unità censite sono identificate come “enti giuridici o sociali creati allo scopo di produrre beni e servizi il cui status non permette loro di essere fonte di reddito, profitto o altro guadagno finanziario per le unità che le costituiscono, controllano o finanziano”. L’indagine Istat ha censito 3.221.185 volontari e 753.248 occupati divisi in 221.412 organizzazioni non profit (Onp) tra associazioni, fondazioni, cooperative,

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Lorenzo Viganò Contatta »

Composta da 81 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 3284 click dal 30/06/2006.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.