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Un modello di crescita con tasso endogeno di fecondità

Se la teoria economica ha fatto notevolissimi passi avanti nel tentativo di spiegare le ragioni economiche e sociali che hanno portato ai recenti successi nella diffusione del benessere a livello planetario, molti lati oscuri permangono quando si vogliono investigare le relazioni tra il miglioramento delle variabili economiche e il comportamento delle variabili demografiche, in particolare del tasso di fecondità. L’identificazione precisa di tale nesso, è inutile dirlo, costituirebbe un risultato particolarmente rilevante in un contesto, quale quello europeo, dove la diminuzione del numero medio di figli inizia a preoccupare le autorità di politica economica che devono far fronte a un progressivo invecchiamento della popolazione con tutto ciò che questo comporta in termini di costi sociali e di insostenibilità dei sistemi previdenziali.

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2 Introduzione Il corso recente della storia economica dei paesi industrializzati è caratterizzato da continui e sostenuti aumenti del reddito nazionale. Ciascuna generazione gode di uno standard di vita più elevato della precedente e non sembrano profilarsi all’orizzonte fattori capaci di frenare o anche solo di rallentare questa corsa all’aumento dei redditi individuali. Un fattore importante che sembra accompagnare questa evoluzione è rappresentato dal costante declino dei tassi di fecondità 1 per tutti i paesi che si sono incamminati nel sentiero dello sviluppo industriale. Se la teoria economica ha fatto notevolissimi passi avanti nel tentativo di spiegare le ragioni economiche e sociali che hanno portato ai recenti successi nella diffusione del benessere a livello planetario, molti lati oscuri permangono quando si vogliono investigare le relazioni tra il miglioramento delle variabili economiche e il comportamento delle variabili demografiche, in particolare del tasso di fecondità. L’identificazione precisa di tale nesso, è inutile dirlo, costituirebbe un risultato particolarmente rilevante in un contesto, quale quello europeo, dove la diminuzione del numero medio di figli inizia a preoccupare le autorità di politica economica che devono far fronte a un progressivo invecchiamento della popolazione con tutto ciò che questo comporta in termini di costi sociali e di insostenibilità dei sistemi previdenziali. Affrontare queste tematiche, data la complessità dei sistemi economici moderni è, evidentemente, piuttosto difficile; può dirsi, tuttavia, che mentre esiste ormai un’ampia convergenza degli studiosi su quelle che sono le vere determinanti della crescita economica di lungo periodo, le tematiche legate all’evoluzione delle variabili demografiche sono piuttosto trascurate. Ci si riferisce, in modo particolare, alla generale condivisione degli strumenti conoscitivi offerti dalla cosiddetta “Nuova Teoria della Crescita”, dove si è compiuta una vera e propria interiorizzazione delle determinanti del progresso tecnologico che, invece, venivano considerate come un dato esogeno dalle precedenti teorie di stampo neoclassico. Di sicuro interesse sono i contributi offerti, in questo campo, da studiosi del calibro di Romer (1986) e Lucas (1988), i quali hanno avuto il grande merito di riaprire il dibattito sulla teoria della crescita introducendo nuove e convincenti idee sui reali meccanismi dello sviluppo economico. L’eco più significativa, in quest’ambito, è stata prodotta dal lavoro di Lucas col quale si è messo l’accento sul contributo alla crescita economica offerto dall’accumulazione di capitale umano, inteso come indice di conoscenza e abilità lavorative. Ai fini dell’identificazione del nesso fra variabili economiche e variabili demografiche, tale contributo è tutt’altro che di scarso interesse: a nessuno, infatti, sfugge l’importanza del capitale umano nel determinare, in un contesto di ottimizzazione razionale degli individui, il numero dei discendenti (si vedano, sull’argomento, i lavori di Becker, Tamura e Murphy 1990, Ehrlich e Lui 1991, 1994, Meltzer 1992, Galor e Weil 1998). Può ipotizzarsi che la relazione tra variabili demografiche e quelle economiche si espliciti su diversi piani; intanto, nelle società avanzate, data la struttura delle preferenze, un adeguato livello di capitale umano è necessario per assicurarsi un reddito elevato. Ciò comporta, obbligatoriamente, una riduzione del tempo potenzialmente utilizzabile per l’allevamento della prole e, quindi, un 1 I termini “fecondità” e “fertilità” possono creare equivoci soprattutto perché in lingua anglosassone i due significati sono invertiti. Per fecondità (in inglese Fertility) si intende la manifestazione concreta, e perciò suscettibile di misurazione statistica, della capacità di procreare. Per fertilità (in inglese Fecundity) si intende la capacità o attitudine a procreare. Per tasso di fecondità (in inglese Fertility rate) intendiamo la discendenza degli agenti economici rappresentativi, intesa in senso quantitativo.

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Roldano Grussu Contatta »

Composta da 35 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1772 click dal 20/03/2004.

 

Consultata integralmente una volta.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.