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La guerra dell'audience tra le maggiori imprese televisive: Rai, Mediaset e La7 a confronto

Informazioni tesi

  Autore: Patrizia Rizza
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Gianni Costanza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 435

Ripercorrendo le fasi della storia della televisione italiana è possibile conoscere le varie evoluzioni che sono succedute dal periodo della paleo-Tv a quello della neo-Tv; neologismi coniati da Umberto Eco per definire le profonde differenze che hanno contraddistinto il modo di fare televisione di 50 anni fa da quella odierna. In passato, infatti, i programmi ben definiti, per generi ed orari, erano pensati per scopi e funzioni in chiave pedagogica-assertiva, senza alcuna attenzione per le caratteristiche che distinguevano ogni singolo telespettatore; il palinsesto odierno, invece, è il risultato di un’armoniosa combinazione tra strategie produttive e tattiche di fruizione, in quanto l’obiettivo finale è la massimizzazione degli ascolti.
Tuttavia, negli anni, l’evoluzione tecnologica non si è spalmata in eguale modo nei diversi mercati per via delle legislazioni vigenti, degli usi sociali dei media e delle specifiche culture con cui entra in contatto.

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LA GUERRA DELL’AUDIENCE TRA LE MAGGIORI IMPRESE TELEVISIVE:RAI, MEDIASET E LA7 A CONFRONTO 10 STATUS QUAESTIONIS Della televisione si parla molto e la si guarda ancora di più. È stato calcolato che ogni sera nella fascia del prime time (dalle 20.30 alle 22.30), nella stagione invernale, circa 25-30 milioni di persone guardano la tv, otto milioni dei quali si sintonizzano su una delle due reti ammiraglia: Rai Uno e Canale5. Il rapporto sembra insignificante però la percezione si modifica se pensiamo agli spettatori dell’una o dell’altra rete come un aggregato di individui che guardano lo stesso programma all’interno di circa cento stadi dell’Olimpico di Roma o del San Siro di Milano. 1 Tuttavia, se coloro che guardano la televisione è un numero altissimo, coloro che la fanno è un numero infinitesimale. Infatti, il numero di chi elabora o decide i contenuti di ciò che va in onda, cioè dei programmi che vengono prodotti direttamente o commissionati a case di produzione o acquistati dall’estero, è declinato da poche decine di professionisti i quali filtrano, così, la visione di decine di milioni di persone. In molti e per molto tempo (e probabilmente ancora oggi) hanno puntato l’indice contro l’apparecchio televisivo, denigrandone l’effettiva potenzialità e valore. Le grandi denunce vanno per ondate successive e durano normalmente un decennio. Negli anni Sessanta il timore era la massificazione, la morte della cultura, mentre negli anni Settanta si è gridato contro il consumismo e la pubblicità; gli anni Ottanta hanno segnato il periodo della sbornia televisiva, mentre gli anni successivi hanno rappresentato il periodo della democrazia televisiva, dove si può fare e dire qualunque cosa: al massimo si va incontro a una querela. Nei primi anni di vita, la televisione rielabora i generi, i linguaggi e i contenuti dei media che l’hanno preceduta quali la radio, il cinema, il teatro, nonché la carta stampata. Si tratta di organizzare una politica editoriale, all’interno delle tv pubbliche europee, che prevede la formulazione di tre obiettivi, informare, educare e divertire, che tuttora sono presenti nel modo di fare televisione e che si traducono nei tre generi informazione, cultura e intrattenimento. 1 Cfr. G. Bettetini, P. Braga, A. Fumagalli (2004) Le logiche della televisione; Milano: FrancoAngeli.

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