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Homo faber, o della natura del lavoro

Informazioni tesi

  Autore: Luigi Leone
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Gian Franco Lami
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 614

Qual è la vera natura del lavoro ?

È questa una domanda imposta dal dilagare dell’economico che, travolgendo le apparenze del welfare, ha disvelato la realtà remota di un bisogno trasformato dall’utilitarismo in fondamento etico dell’umanità dell’uomo.

Naturalmente è possibile anche non cercare risposte alle contraddizioni emergenti circa l’effettiva umanità del lavoro, come infatti fa con successo la cultura del mercato.

Eppure, se l’uomo smette di porsi domande, gli si spalanca il gorgo del vuoto mentale, o della hybris irrazionale. E questo potrebbe risucchiarlo verso l’abisso dell’indifferenziato bestiale dal quale è emerso a fatica, grazie al logos.
E non è solo vana speculazione: quante volte, anche nelle nostre società apparentemente razionalistiche in quanto utilitaristiche, vediamo stracciarsi il sottile diaframma della quotidianità, ed emergere nella sua terrificante concretezza l’Orrore? Quanti abominii vengono compiuti da esseri umani senza che la nostra razionalità apparente, cioè il nostro utilitarismo, sia in grado di spiegarli?
Le continue, subliminali, offese che il Sé di ciascun laborante riceve con la quotidiana ripetizione del rituale del lavoro; i continui controlli sulle valutazioni del suo Io: tutto ciò produce un sistematico ri-orientamento della sua psiche; ma, nello stesso tempo, scatena quelle forze primordiali che erano state sublimate proprio dalla crescita dell’Io, e della sua libertà, nel percorso millenario di evoluzione della psiche umana.
In definitiva: il lavoro rende liberi o no?

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7 Introduzione La costante e irreversibile diminuzione dell’occupazione lavorativa, già da diversi anni è divenuta la cornice vincolante nella quale vanno a iscriversi le pur variegate analisi sulla società, sulla produzione, sulla politica, sulla cultura, che vengono sviluppate da qualsivoglia punto di vista, sia esso sociologico, economico o politologico. E’ inevitabile quindi che essa diventi il tema ineludibile con il quale qualunque società – e in particolar modo quelle avanzate dell’Occidente – dovrà confrontarsi. Soprattutto negli anni a venire di questo nuovo secolo. Tale motivazione è alla base della scelta dell’argomento di questo scritto. La convinzione che lo sostiene è che non si possa continuare a far finta che le ipotesi da lungo tempo ventilate in merito alla presunta piena occupazione, siano ancora credibili e plausibilmente realizzabili. Tutti i dati storici e i contributi degli autori più avvertiti in materia sostengono l’esatto contrario: e cioè che se mai in qualche ridotto lasso temporale sia davvero esistita una piena occupazione, essa sia stata in primo luogo contingente, ossia legata alla crescita di economie in fase di industrializzazione, e in secondo luogo apparente, ovverosia dissimulante il fatto che alla costruzione di essa abbia contribuito l’ attività di un gran numero di persone, lavoranti ben al di sotto della soglia delle garanzie minime che dovrebbero connotare il lavoro socialmente riconosciuto come tale dalla nostra cosiddetta modernità. Il che è uno dei punti fondamentali qui rappresentati: si crede davvero che sia mai esistita, o possa mai esistere una qualunque forma di società la quale non si

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