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La schizofrenia in ambito psichiatrico residenziale

La Schizofrenia è inquadrabile come un disturbo mentale grave, caratterizzato da una perdita di contatto con la realtà che si ripercuote in maniera invalidante sulla vita del soggetto e su quella dei suoi familiari.
Le cause della sua comparsa sono ancora sconosciute, anche se numerosi sono gli studi e le conferme in ambito biologico. Tuttavia è estremamente riduttivo considerare agenti fisici come gli unici responsabili della sua insorgenza: è bene dunque ricorrere a diversi approcci, in modo da avere un completo set di risultati da analizzare sulla base delle conoscenze acquisite nella Psicologia e nella Teoria Sistemica. Molti passi sono già stati fatti e da ciò si auspica un futuro ancora più fecondo di ricerca e di risposte.

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1 Una Schizofrenia di nome e di fatto 1.1 Definizioni Il termine “Schizofrenia” (dal greco: “skìzein” = “dividere”; “phréin - phreinòs” = “diaframma”, “mente”) è relativamente attuale ed è stato coniato da E. Bleuler nel 1911 in sostituzione al precedente “Dementia Praecox”, adottato da E. Kraepelin alla fine del XIX secolo. Tale denominazione racchiude in sé la caratteristica chiave della patologia cui si riferisce: quella “mente separata” che manifesta ambedue le sue facce, una sorta di “Giano Bifronte” della Psichiatria, affascinante nella sua complessità, ma altrettanto invalidante per il paziente. Secondo il Manuale Merck (XVII edizione, 1999) la Schizofrenia è inquadrabile come un “disturbo mentale frequente e grave, caratterizzato da perdita del contatto con la realtà (psicosi), allucinazioni (false percezioni), deliri (convinzioni erronee), anomalie del pensiero, appiattimento affettivo (coartazione emotiva), riduzione motivazionale, disturbi del funzionamento sociale e lavorativo”. Scomponiamo tale definizione: la Schizofrenia è una patologia psicotica, la cui gravità è sottolineata da “perdita del contatto con la realtà”; ciò significa una duratura mancanza di orientamento esistenziale. E’ possibile inoltre cogliere la distinzione, operata inizialmente da Crow e Andreasen, tra sintomi positivi e sintomi negativi: ai primi appartengono quei “segni di produzione” riscontrabili nelle allucinazioni, nei deliri, nei comportamenti bizzarri e nelle anomalie del flusso ideatico, mentre i secondi sono i cosiddetti “segni di perdita”, che si manifestano attraverso deplessione del timismo, ottundimento cognitivo, anedonia ed abulia (Andreasen, 1982). Entrambe le tipologie si ripercuotono sulla vita sociale e lavorativa dell’individuo, compromettendo profondamente le sue abilità cognitive, le risorse affettive, e quindi, la sua capacità d’azione all’interno del suo ambiente. Il DSM (IV edizione, 1994) propone un ulteriore criterio identificativo della patologia, quello della durata (criterio C): il disturbo deve perdurare minimo 6 mesi dall’inizio dell’insorgenza, di cui almeno un mese caratterizzato da una sintomatologia positiva e/o negativa continua, mentre il periodo successivo da episodi residui, con passaggi di marcate alterazioni dell’umore

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Anna Marozzi Contatta »

Composta da 40 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.