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Realtà e finzione come rotte di un viaggio onirico: Morsamor di Juan Valera

Informazioni tesi

  Autore: Mattia Giannini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Luciana Gentilli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 107

La presente Tesi di Laurea si inserisce all’interno del dibattito, tuttora aperto, sull’ultimo romanzo di Juan Valera, Morsamor, pubblicato nel 1899. Costituendo il testamento spirituale ed artistico dello scrittore andaluso, l’opera mette in mostra l’universo valeriano attraverso una rielaborazione complessiva dei temi salienti della sua narrativa, delle sue passioni intellettuali e della sua lunga esperienza autobiografica. L’intricata contestura che ne deriva ha reso necessario, da parte mia, il confronto con il vastissimo epistolario dell’autore e con l’altrettanto vasta produzione critica, saggistica e giornalistica, alla quale è legata buona parte della notorietà di Valera.
Il percorso analitico che ho intrapreso comincia col fornire gli elementi essenziali alla comprensione generale del romanzo, a partire da un breve riassunto dell’intreccio. Morsamor è ambientato nel 1521 e narra la storia di Miguel de Zuheros, un anziano frate francescano che accetta di farsi ringiovanire dalle arti magiche di un confratello alchimista di nome Ambrosio. La sua speranza è quella di riscattarsi dall’insignificanza e dalla mediocrità che caratterizzano la sua vita e di appagare le ambizioni di gloria che in gioventù aveva visto frustrate. L’incredibile viaggio che lo condurrà, con il nome Morsamor, a seguire la scia dei grandi conquistatori ed esploratori dell’impero ispano-portoghese, alla fine si rivelerà un sogno. Risvegliatosi nella cella del suo monastero, il vecchio Miguel realizza la natura onirica della sua avventura e, finalmente guarito da orgoglio e ambizione, muore in pace con se stesso.
L’obiettivo principale di questo lavoro è stato quello di evidenziare i differenti modi in cui Valera, facendo perno sul motivo centrale del sogno, ha sviluppato il dualismo realtà / finzione. Il primo capitolo parte da una disamina strutturale del romanzo e mette in rilievo l’impianto dicotomico che, a partire dal binomio sogno / realtà, investe i vari livelli del testo: dal sistema dei personaggi a quello spaziale, ambientale e tematico. Di seguito, ho analizzato la figura e la funzione del narratore, mettendo in luce le varie tecniche da questi adottate per aumentare o diminuire, alternativamente, la distanza del lettore dal contenuto dell’opera, e per condizionare la sua percezione del reale e del fittizio, due dimensioni sapientemente mescolate all’interno del testo. Il capitolo si chiude proprio esaminando in che modo, e attraverso quali fonti letterarie e mitologiche, l’autore è riuscito a sviluppare l’ordito fantastico sullo sfondo della realtà storica e culturale del primo Cinquecento, intrecciando gli aspetti prettamente cronachistici con la vicenda immaginaria del protagonista.
Il secondo capitolo è interamente dedicato alla vita di Juan Valera: da una parte, ho tentato di ricostruire gli aspetti biografici che hanno maggiormente influito sulla genesi del romanzo; dall’altra parte, ho cercato di far emergere il processo di trasfigurazione letteraria che ha portato l’autore a determinate scelte narrative, soprattutto nella caratterizzazione del protagonista.
Nel terzo capitolo, ho affrontato la tematica del sogno proponendo un accostamento tra motivo onirico ed immaginazione letteraria. Il sogno del protagonista, infatti, rappresenta il mezzo ideale per la realizzazione del principio estetico di Juan Valera, la cosiddetta “ficción libre”, e, nella sua valenza di racconto nel racconto, può essere interpretato come una metafora del processo creativo dello scrittore, attraverso il quale egli amalgama le tematiche più disparate e i generi narrativi più diversi.
Nell’ultimo paragrafo, ho infine messo in luce come Valera abbia fatto leva sul conflitto sogno / realtà per sviluppare la tematica del disinganno, costituendo, questa, il vero filo conduttore del romanzo, in quanto tale sentimento, da causa dei mali del protagonista, diviene, alla fine, una cura benefica e miracolosa. Il modo in cui Valera ha elaborato tale poetica ribadisce ed esemplifica la sua capacità di ricodificare antichissimi archetipi letterari al fine di creare qualcosa di nuovo e originale. Inoltre, la chiave di lettura offerta dal tema del disinganno, ci permette, da un lato, di interpretare le sorti del protagonista alla luce di una riflessione universale sull’eterno confronto tra le passioni dell’uomo, le sue illusioni, i suoi sogni, e la realtà che determina il suo posto nel mondo reale, nella vita vissuta; da un altro lato, il disinganno di Miguel de Zuheros rappresenta il filtro attraverso il quale Juan Valera guarda alla Spagna del suo tempo, la Spagna del Desastre del ‘98, un paese disorientato e disilluso, malinconicamente riflesso nelle sorti del protagonista di Morsamor.


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INTRODUZIONE La presente indagine nasce dall’intento di offrire un contributo al dibattito, da tempo aperto, su Morsamor, ultimo romanzo pubblicato da Juan Valera e, a mio avviso, uno dei più ricchi ed emblematici dello scrittore andaluso, nonostante figuri tra le sue opere meno conosciute e meno diffuse. Morsamor si configura come una fusione tra il romanzo storico e quello fantastico, tra la relazione di viaggi ed il genere cavalleresco e d’avventura 1 . Nel 1899, anno della prima edizione, un’amalgama di questo tipo era piuttosto inusuale, e l’accoglienza riservata al romanzo, infatti, non fu delle più esaltanti 2 . Sebbene Valera non avesse mai aderito ai canoni di rappresentazione realisti, propri della generazione alla quale apparteneva, probabilmente non ci si aspettava da lui un’opera così atipica: lo scrittore, in effetti, si era guadagnato fama di novelista grazie a romanzi come Pepita Jiménez (1874), Doña Luz (1879), Juanita la 1 Il sottotitolo dell’opera costituisce di per sé un’indicazione sul genere narrativo: Peregrinaciones heroicas y lances de amor y fortuna de Miguel de Zuheros y Tiburcio de Simahonda. 2 Poco dopo l’uscita del libro, Juan Valera, in una lettera indirizzata ad un suo amico (“Carta al Dr. Thebussem”, cfr. Santiago Montoto, Valera al natural, Madrid, Langa, 1962, p. 23), si riferisce all’indifferenza dei critici definendola “la desdeñosa conspiración del silencio”. 3

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