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Stagioni di piombo - Il cinema poliziesco all'italiana

Informazioni tesi

  Autore: Marco Triolo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Gian Piero Brunetta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 140

Stagioni di piombo esamina la storia di uno dei generi cinematografici di maggiore successo in Italia: il Poliziesco all'italiana, o Poliziottesco, i suoi filoni, i registi principali e le pellicole che li hanno ispirati. Mi sono prefisso di fare ciò che nessun testo sull'argomento ha fatto finora, cioè studiare il genere in maniera organica, analizzando e scoprendo analogie e cliché nei vari sotto-filoni.

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1 PREMESSA l nuovo millennio ha portato con sé una forte rivalutazione dei generi popolari, ama- tissimi dal pubblico degli anni settanta, frequentati da registi di tutto rispetto, ma ge- neralmente snobbati dalla critica, se non altro perché, in un periodo così vivo e ricco di cinema, gli autori destavano certamente maggiore interesse. E’ innegabile che una prima visione di alcuni dei titoli che verranno qui esaminati possa portare ad un giudizio negativo, per la rozzezza della regia e per la standardizzazione assoluta di trame e personaggi. Inutile sottolineare come il cliché sia parte del linguaggio espressivo del genere, che, al contrario del cinema d’autore, ricerca il successo di pubblico e deve quindi utilizzare tutti gli espedienti possibili, studiare a fondo desideri e paure degli spettatori, per essere appetibile. Molti ritengono che la spinta principale a questa rivalutazione sia da imputarsi a Quentin Tarantino, un regista che nei suoi film omaggia in continuazione i genere da lui amati da ra- gazzo (basti vedere il recente Kill Bill), plasmandoli fino a creare pellicole d’autore. Taranti- no non nasconde il suo amore per il western e il poliziesco made in Italy, ed è stato addirittura scelto come responsabile di una retrospettiva sul cinema bis italiano durante la mostra di Ve- nezia, un paio di edizioni fa; quindi l’ipotesi del suo apporto al nuovo interessamento della critica ha del vero. Tuttavia, ciò non sarebbe mai potuto accadere senza un netto cambiamento di punti di vista da parte della critica stessa: Tarantino ha sì palesato i suoi amori giovanili, ma se nessuno fosse stato ad ascoltarlo, saremmo al punto di partenza. Invece, dopo tanti anni, si sa, i difetti appaiono meno evidenti, o rilevanti, mentre ciò che si comincia a fare è studiare queste pelli- cole come impareggiabile testimonianza di un modo di fare cinema ormai perduto, e soprattut- to come documento che ritrae indelebili le paure, le abitudini, i sogni ed i difetti della società italiana dell’epoca, sconvolta dal terrorismo degli anni di piombo. Lo specchio chiaramente deforma, ma come già detto siamo nel territorio del genere, finzione con il solo scopo di in- trattenere: il fatto che riesca a parlare di una società non deriva da una scelta cosciente, ma dal desiderio di essere alla moda, di piacere. A consacrare del tutto questa ondata nostalgica, ecco intervenire nel 2005 la coppia dei Vanzina, che con Il ritorno del Monnezza decide di omaggiare una delle figure storiche del cinema poliziesco italiano. La frittata è fatta, il “poliziottesco” è di nuovo di moda. I

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