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Henri de Toulouse-Lautrec: handicap e seduzione

Informazioni tesi

  Autore: Angela Martoccia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Stefano Ferrari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 79

Come può Henri de Toulouse-Lautrec, esponente di una delle più antiche famiglie aristocratiche francesi, discendente addirittura dai Merovingi, essere al contempo l’interprete più acuto e sincero della società lussuriosa e disfattista della Parigi di fine Ottocento?
Il presente lavoro si pone appunto come obbiettivo primario la risoluzione di questa che è in apparenza una dicotomia difficilmente conciliabile, ma che è in realtà espressione di un disagio profondo, a livello psicologico.
Si rischia spesso di vedere Lautrec soltanto come l’abile e spietato documentatore d’un periodo di vita parigina, delle crinoline e dei dècollettès, delle carrozze e dei cavalli da sella, il cronista spiritoso e feroce d’un fin de siècle che ci diverte e incuriosisce con le più brillanti sue testimonianze di moda e di piaceri d’altri tempi, per il brio acuto ad un tempo e spensierato, del racconto di tanta effimera umanità, rivelata nel suo più intimo, al riverbero delle luci artificiali, sotto il belletto e il sorriso che mascherano tante nostre miserie.
In effetti la sua pittura sembrerebbe conquistarci alla prima soprattutto in virtù della più sbrigliata documentazione di tipi e di ambienti, che si direbbero bloccati solo nelle più malsane giungle della vita parigina, senza scorgervi ciò che sotto l’apparenza effimera può cogliersi di tanta umanità.
Per troppo lungo tempo è pesata da parte di tanta critica, questa considerazione riduttiva e svilente del nostro artista, nell’incapacità di coglierne l’aspetto umano e intimo di una condizione di vita non facile. “Essere bizzarro e deforme, che vedeva tutto il mondo attraverso le proprie tare fisiologiche… e pretendeva di essere rampollo dei conti di Tolosa!”, così intitolava un articolo apparso su “Le Républicain de Lyon” all’indomani della sua morte.
Una più attenta analisi della sua opera non può non tenere conto di quanto le sue sfortunate vicende biografiche possano aver influenzato il suo sguardo sul mondo e sulla vita e di conseguenza la sua poetica artistica.
Cercando di evitare di limitarsi agli aspetti aneddotici del suo vissuto, il che ci condurrebbe nel baratro di una prospettiva di analisi alquanto riduttiva e banalizzante, nel primo capitolo del presente lavoro si è cercato soprattutto di focalizzare l’attenzione su quegli eventi drammatici che hanno catalizzato l’esistenza di Lautrec e che l’hanno condotto verso una prospettiva di vita completamente differente da quella cui i suoi natali l’avevano destinato, dando particolare rilievo alla corrispondenza privata del pittore e alle testimonianze dirette di parenti ed amici, il ché sicuramente contribuisce più di ogni altra fonte a rifletterne personalità e sentimenti.
Per non rischiare di allontanarci da quello che è il punto nodale di questa ricerca, ci si è soltanto in parte soffermati sulla produzione artistica di Lautrec, prediligendo semmai le opere dedicate alle madames delle “case di tolleranza” per la loro portata esplicativa del suo rapporto con le donne, significativo ad illustrare la doppia valenza dell’esistenza di quest’uomo, tutta giocata su questa dicotomia apparente tra attrazione e repulsione, questa sorta di ossimoro dell’handicap seducente, della difformità che genera orrore e repulsione da una parte ma al contempo curiosità e attrazione dall’altra, tanto da valergli la fama di grande seduttore.
Nel secondo capitolo si analizzano alcune opere di Toulouse-Lautrec che non rientrano in quella che è la sua produzione più conosciuta, quella delle affiche e delle cocottes, quella della “pittura fuori legge” come egli stesso la definì, ma che sono estremamente significative e rivelatrici del suo travaglio e della sua psichicità, nella misura in cui l’opera di un artista è imprescindibile dalla sua vita e ne riflette inevitabilmente le angosce, le paure, il suo modo di amare.
Si tratta soprattutto dei ritratti da lui eseguiti del conte Alphonse de Toulouse-Lautrec e delle contessa Adèle de Tapié de Céleyran, sua madre, che rivelano il controverso rapporto con il padre, che giunse a rottura in seguito alla sua infermità, e l’attaccamento alla figura materna, assidua presenza nella sua vita.
Significativo per la nostra analisi psicologica del disagio di Lautrec è anche l’unico autoritratto che abbia eseguito il pittore, accompagnato da numerose autocaricature, che ci rivelano il suo rapporto con la sua immagine e con il suo handicap.
In ultima analisi si è voluto porre l’accento sulla particolare ironia che caratterizzava la personalità di Lautrec, che si evince soprattutto dal linguaggio irriverente e provocatorio che lo contraddistingueva, che può ancora una volta porsi in relazione con il suo handicap e il suo disagio psicologico, e all’importanza del circo, grazie al quale “conquistò la libertà”, come metafora della vita in genere e della sua in particolare.

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1 Introduzione Come può Henri de Toulouse-Lautrec, esponente di una delle più antiche famiglie aristocratiche francesi, discendente addirittura dai Merovingi, essere al contempo l’interprete più acuto e sincero della società lussuriosa e disfattista della Parigi di fine Ottocento? Il presente lavoro si pone appunto come obbiettivo primario la risoluzione di questa che è in apparenza una dicotomia difficilmente conciliabile, ma che è in realtà espressione di un disagio profondo, a livello psicologico. Si rischia spesso di vedere Lautrec soltanto come l’abile e spietato documentatore d’un periodo di vita parigina, delle crinoline e dei dècollettès, delle carrozze e dei cavalli da sella, il cronista spiritoso e feroce d’un fin de siècle che ci diverte e incuriosisce con le più brillanti sue testimonianze di moda e di piaceri d’altri tempi, per il brio acuto ad un tempo e spensierato, del racconto di tanta effimera umanità, rivelata nel suo più intimo, al riverbero delle luci artificiali, sotto il belletto e il sorriso che mascherano tante nostre miserie. In effetti la sua pittura sembrerebbe conquistarci alla prima soprattutto in virtù della più sbrigliata documentazione di tipi e di ambienti, che si direbbero bloccati solo nelle più malsane giungle della vita parigina, senza scorgervi ciò che sotto l’apparenza effimera può cogliersi di tanta umanità. Per troppo lungo tempo è pesata da parte di tanta critica, questa considerazione riduttiva e svilente del nostro artista, nell’incapacità di coglierne l’aspetto umano e intimo di una condizione di vita non facile. “Essere bizzarro e deforme, che vedeva tutto il mondo

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