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Handicap e diritto allo studio. Il caso dell'Università ''La Sapienza'' di Roma

Informazioni tesi

  Autore: Arianna Chine'
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Ivetta Ivaldi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 257

Secondo un’indagine Istat condotta nel 1994 in Italia vivono circa 3.000.000 persone (considerando anche i bambini al di sotto dei 6 anni ed i ricoverati in istituti d’assistenza) definite disabili.
La percentuale degli handicap rilevati cresce in età scolastica quando si evidenziano in particolare le disabilità mentali.
Lo sviluppo della normativa nazionale sul tema dell’handicap e sull’integrazione scolastica riflette un’evoluzione corrispondente ai modelli culturali sul tema della diversità e sulle sue rappresentazioni sociali.
Per secoli tutte le forme di handicap furono gestite negli istituti o nel silenzio e nella “vergogna” delle famiglie.
Fino al 1965 l’emarginazione sociale danneggiò soprattutto i bambini delle classi più basse e quelli che presentavano handicap di varia natura.
La scuola svolse un’operazione di selezione e d’emarginazione, con programmi rigidi e un’organizzazione della vita scolastica non idonea alle esigenze, ai livelli di maturità e al differente modo di esprimersi dei vari alunni.
Le ripetenze ed i ritardi scolastici raggiunsero livelli preoccupanti.
Durante gli anni ’60 con l’istituzione della scuola media unificata, prese avvio il fenomeno della scolarizzazione di massa: le scuole speciali aumentarono progressivamente ed allo stesso tempo furono istituite le classi differenziali per tutti quei bambini che, pur non essendo disabili, crearono alla scuola problemi di gestione comportamentale e d’organizzazione didattica.
Queste classi speciali, erano dei luoghi in cui il bambino prendeva coscienza ancora di più delle proprie incapacità ed assumeva il ruolo sociale di handicappato.
L’emarginazione della scuola rappresentò il primo passo verso il ricovero in istituto; gli insuccessi del bambino, la stessa impotenza della famiglia e della scuola portarono pian piano a pensare che potesse essere una soluzione più adeguata.
In questo tipo di istituti il bambino handicappato si aggravava perché perdeva le relazioni con il proprio ambiente familiare ed era obbligato a vivere in solitudine con pochi stimoli affettivi e intellettuali.
Intorno al 1970, si criticarono i sistemi con cui venivano assistiti gli handicappati: dalla scuola che troppo spesso si limitava a bocciare, ai metodi di diagnosi utilizzati da insegnanti, medici e psicologi che lavoravano negli istituti.
Non era possibile isolare l’obiettivo didattico da quello dell’inserimento nella società.
Così fiorirono a livello nazionale esperienze d’integrazione scolastica, ossia d’inserimento dei bambini handicappati nelle scuole comuni.
Nel periodo tra il 1970 al 1975 vi fu il desiderio di sperimentare soluzioni nuove.
Furono gli anni della grande “democratizzazione” della scuola e della società, la figura sociale delle persone handicappate perse quella connotazione di marginalità quasi totale.
L’insieme di queste condizioni in primo luogo favorì il processo d’inserimento nel sistema scolastico grazie anche alla legge n°517 del 1977 con l’istituzione degli insegnanti di sostegno, e, successivamente, con gli accordi di programma tra scuole ed enti locali.
Questo impegno portò per un numero limitato ma crescente di giovani disabili alla possibilità di studi universitari.
Durante gli anni ’80 si determinò una consistente evoluzione rispetto al tema dell’handicap: fu superato l’approccio dell’uguaglianza, per cui il bambino handicappato doveva essere come gli altri, per assumere l’approccio della diversità come risorsa individuale; ciascun alunno è diverso da tutti.
Il termine integrazione sostituì quello d’inserimento nell’ambito scolastico, sociale e legislativo, segnando il passaggio del bambino disabile inserito nella scuola, ma isolato ed evitato, alla fase in cui ci s’impegnò perché egli fosse pienamente integrato.

Obiettivi
Con questo lavoro definirò meglio il problema dell’integrazione scolastica delle persone con handicap.
In particolare farò riferimento al contesto dell’ Università “La Sapienza” di Roma.
Si è partiti dal desiderio di definire l’handicap ed analizzare le tantissime espressioni erroneamente correlate a questo termine: questo per una maggiore chiarezza con il fine ultimo di una diagnosi che mira al ripristino delle abilità perdute o forse mai raggiunte.
Si passerà poi ad analizzare le varie tipologie di handicap e le loro ripercussioni sugli ambiti, affettivo, familiare, motorio, psicologico ecc. ecc.
Farò poi un excursus storico di quelle che sono le basi teoriche e concettuali dell’integrazione scolastica e sociale.
Contestualmente, analizzerò l’aspetto legislativo, che ha portato ad una piena integrazione.

Nella parte finale del mio lavoro tratterò del contesto universitario “La Sapienza” di Roma.
Gli ultimi capitoli si propongono di riflettere sulle risorse, analizzare le iniziative ed i progetti dell’Ateneo romano in favore di studenti disabili, riportando anche interviste ai responsabili di alcuni dei centri presenti all’interno dell’Università

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5 INTRODUZIONE ALCUNI DATI Secondo le più recenti stime Istat (Indagine del 1994, confermate dai primi risultati del 1999), in Italia vivono al loro domicilio circa 2.700.000 (due milioni e settecentomila) persone di età superiore ai sei anni definite disabili a causa di limitazioni nell’espletamento delle attività nella vita quotidiana. Si giunge a circa 3.000.000 (tre milioni) di disabili, se si considerano anche i bambini di sotto ai sei anni, soprattutto i ricoverati in istituti d’assistenza. Soltanto in minima parte tali limitazioni sono registrate alla nascita: la percentuale degli handicap rilevati cresce in età scolastica, quando si evidenziano in particolare le disabilità mentali. Tra gli iscritti alle scuole elementari, infatti, il tasso degli alunni in situazione di handicap sale all’1,86% ed al 2,50% nelle scuole medie, con una prevalenza di soggetti con insufficienze mentali. Da questi dati emerge una realtà sconvolgente data dall’alto numero di persone con handicap e nasce

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