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'Ciak, azione, si...Stampa!' Analisi dell'immagine del giornalismo attraverso la sua rappresentazione cinematografica

Secondo la “pessimistica” visione di Orson Welles, autore di numerose provocazioni intellettuali, tutta la percezione del mondo è di per sé una sorta di grande falso. Sta a noi scegliere da quale trucco farci abbindolare e, quindi, farci, gradualmente, avvolgere. La realtà rappresentata spesso prevale sulla realtà fattuale, l’ambiente simbolico su quello reale: la sfida della comunicazione di massa nell’era del post-modernismo sta proprio nella ricerca dell’equilibrio fra questi due elementi, solo apparentemente antinomici.
Verità e finzioni, luci ed ombre del giornalismo moderno, raccontate da un genere lungo più di un secolo: il newspaper movie.
La galleria di ritratti giornalistici è affollata e varia. La rappresentazione di reporter senza scrupoli, direttori cinici e giornaliste spietate si mischia a quella di colleghi buoni e onesti, operatori dell’informazione al servizio esclusivo della collettività, fautori di interessi generali che scacciano nelle retrovie della professione interessi particolari. Il cinema restituisce il simulacro di una molteplicità di categorie, significati, modelli interpretativi, idealtipi di cui si nutre ancora l’immaginario popolare sul giornalismo.
Cinema e giornalismo: un rapporto che alterna conflitto e simbiosi. Un rapporto che se considerato sotto il versante della percezione della realtà ha radici molto profonde, radici che affondano in quel terreno che connota il significato stesso dell’esperienza umana. Le loro anime, infatti, si incontrano per la prima volta agli inizi della storia dell’uomo, quando le società più antiche e primitive sentono la necessità di rappresentare i propri vissuti, le proprie aspirazioni, le proprie intuizioni e persino i propri stati d’animo in un canto, una danza, un racconto, in qualunque azione, insomma, permettesse di svelare l’intelligenza e l’animo umano. L’immaginario è certamente l’ambiente in cui i due medium si muovono, si confrontano, si scontrano, si abbracciano, si separano. La democrazia è il nobile fine da raggiungere. La narrazione, appunto, è l’essenza stessa di questi due mezzi, di questi due linguaggi, di queste due chiavi interpretative della realtà.
Di certo la cinematografia americana e quella italiana non hanno prodotto una banalizzazione del ruolo che il giornalismo svolge nella società.
Utilizzando un approccio temporale, capace di prendere in considerazione i diversi momenti diacronici in cui i film sono stati prodotti e di guardare alle caratteristiche che ogni fase storica ha presentato anche in una prospettiva evoluzionistica, è agevole accorgersi che il cinema non ha costruito una rappresentazione monolitica, uniforme, indiscutibile del giornalismo, ma, al contrario, contradditoria ed effervescente, esposta a criticità e notevoli sfide epistemologiche. Quell’iniziale immagine solida e intrisa di valori democratici è andata, infatti, via via sgretolandosi attraverso un processo di demistificazione e, persino, di desacralizzazione, che ha visto nel medium televisivo il principale imputato.
Per verificare questo processo, nel presente lavoro sono stati analizzati trenta film, di cui ventisei di matrice americana, divisi in fasi storiche (quelli appartenenti al periodo 1930-1960 e quelli appartenenti al periodo 1970-2000) e quattro espressioni del cinema italiano, questi ultimi presi in considerazione in un unico arco temporale (quello che va dal 1960 al 1970). Per ognuno dei trenta film analizzati sono state esaminate categorie, rappresentazioni, cornici interpretative, stereotipi relativi a direttori, reporter, giornalisti impegnati al desk e giornaliste.
Il percorso proposto giunge sino ad oggi, quando il successo internazionale di film su fatti di strettissima attualità o fatti storici rivisitati in chiave attuale, da un lato segnala l’esigenza di un cambiamento di rotta nell’interpretazione delle relazioni esistenti fra questi due mondi, dall’altro incoraggia una maggiore e migliore considerazione del doc movie, genere all’interno del quale il cinema diventa giornalismo e il giornalismo si fa un pò cinema.
Per ritornare ad Orson Welles, la trama labirintica del suo capolavoro Quarto potere ha avviato un discorso nel tempo in cui sembra che i film sul giornalismo e i giornalisti abbiano ricercato una risposta all’enigma di Rosabella, interrogandosi sull’ambiguo rapporto tra verità e finzione, fra realtà e apparenza. In fondo, è anche questo un tentativo per superare tutti gli ostacoli che ci impediscono di uscire fuori da quel labirinto di cui in questa tesi di laurea, attraverso una ricerca empirica, si è tentato di tracciarne le linee essenziali.

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6 INTRODUZIONE RACCONTARE CINEMA E GIORNALISMO …La narrazione… è una delle forme più antiche di comunicazione. Essa non mira, come l’informazione, a comunicare il puro in-sé dell’accaduto, ma lo cala nella vita del relatore, per farne dono agli ascoltatori come esperienza. Così vi resta il segno del narratore come quello della mano del vasaio sul vaso d’argilla. WALTER BENJAMIN NO TRESPASSING. Inizia così Quarto potere (1941) di Orson Welles, inizia con questo divieto d’accesso posto sulla recinzione esterna di una gigantesca e spettrale residenza. È interessante notare come l’autore, nell’incipit del suo racconto, ponga un chiaro invito a restarne fuori. L’atmosfera inquietante sembra riecheg- giare l’arrivo di Dante alle porte dell’inferno. Sicché lo spettatore è subito avvertito del difficile cammino che lo porterà alla verità finale. Come Prometeo che rubò il fuoco agli dei, incurante della loro punizione, così il regista nel tentativo di fare luce sul significato stesso della Verità, sarà sottoposto alle ire di Randolph Hearst, il magnate della stampa fortemente criticato, a cui il film s’ispira (tra l’altro azionista della casa di produzione). Il fallimento commerciale della pellicola, il discredito di Welles all’interno dell’industria cinematografica, non

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Comunicazione

Autore: Innocenzo Omar De Somma Contatta »

Composta da 244 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.