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Studio e recupero del mausoleo di Costanzo Ciano a Livorno

Informazioni tesi

  Autore: Federico Scaroni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Architettura
  Corso: Architettura
  Relatore: Daniela Fonti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 59

Studio e recupero del Mausoleo dedicato a Costanzo Ciano a Livorno
Prof. Relatrice: Dott.ssa Daniela Fonti - Laureando: Federico Scaroni
Tesi discussa il 18/09/03 con votazione di 110/110

Storia e descrizione del Monumento

Il mausoleo dedicato a Costanzo Ciano a sud di Livorno è uno di quei monumenti che per storia e concezione meritano di stare in un’ipotetica galleria di opere monumentali dimenticate e rimosse dalla memoria storica del nostro paese.
Progettato ed edificato tra il giugno del 1939 (mese della morte del gerarca fascista) e il 25 luglio del ‘43 (data della caduta del regime), è poi rimasto incompleto e abbandonato all’incuria. Il mausoleo, trenta metri in elevazione, venne concepito da Arturo Dazzi, illustre scultore e accademico del periodo, come una struttura voltata a due piani in cemento armato, sormontato da una grande statua alta 12 metri raffigurante Costanzo Ciano in abito da marinaio, quasi a ricordarne le gesta di eroe della Marina durante la Grande Guerra. Grandi gruppi scultorei dovevano adornarne il sepolcro. Poco distante dal monumento, compiuto nel solo piano terra, sorgeva un’alta torre/faro di circa 50 metri di altezza a forma di Fascio, distrutta nel 1944 dai Tedeschi in ritirata e ora sommersa dalla macchia mediterranea.
Il progetto finale venne realizzato dall’architetto Gaetano Rapisardi, già autore delle facoltà di Lettere e Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma e che più tardi avrebbe lavorato con Dazzi alla chiesa del Don Bosco, sempre a Roma.
L’ispirazione formale era decisamente derivata dall’allora dominante stile imperiale, con cui si stava edificando l’E42, e d’altronde molti personaggi dell’”elite” artistica e politica del regime si interessarono direttamente al monumento, come C. E. Oppo, A. Starace e naturalmente Galeazzo Ciano. Una parte del mio lavoro è consistita nel recuperare le lacune biografiche su Dazzi inerenti il mausoleo. Durante la ricerca poi, è emersa la realtà particolarissima di un cantiere di un opera grandiosa, portato avanti con grande impiego di mezzi e fondi nel contesto della II guerra mondiale, quando ormai il regime era sul punto di cadere. Grazie alla restituzione digitale dei disegni originali ho potuto realizzare una ricostruzione virtuale dell’aspetto che avrebbe dovuto assumere il mausoleo una volta completato.

Ipotesi di recupero

Dalla caduta del regime, la vegetazione intorno e dentro il rudere è cresciuta, conferendogli un aspetto tetro. Simile sorte è toccata non solo al monumento, ma anche alla sua memoria: le statue che avrebbero dovuto decorarlo, sono disperse per l’Italia tra Livorno, le cave della Sardegna e Forte dei Marmi, residenza di Dazzi.
Forse adesso a distanza di sessant’anni si può pensare di riutilizzare il mausoleo, un luogo che per la sua storia è ormai divenuto una moderna rovina fisica e concettuale, rendendola viva per nuovi usi urbani, colmando di fatto un grande vuoto per la città di Livorno e per la sua storia.
Il progetto di recupero ipotizza sia gli interni che gli esterni il più possibile coerenti con l’aspetto che hanno assunto nel corso dei decenni, per rispettarne la storia e per poterne permettere l’utilizzo in termini di sicurezza e accessibilità. Il risultato porterebbe a fruire di un’aula semibasilicale polivalente, sulle cui volte si potrebbero proiettare estratti dalla storia del monumento e dei suoi autori, permettendo al mausoleo una “musealizzazione di se stesso”. Il giardino interno, isolato dall’aula attraverso una vetrata, verrebbe allestito a sorta di “Giardino della Memoria”. Dal tetto, nuovamente accessibile, si potrebbe giungere nel punto più elevato e godibile del Panorama sul Mar Tirreno. Il parco attorno al mausoleo diverrebbe un percorso naturalistico punteggiato da copie in cemento delle statue originali.

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2 Introduzione Questo saggio è il frutto di circa due anni di lavoro tesi a colmare uno dei tanti vuoti storiografici riguardanti il connubio tra arte, architettura e politica durante il ventennio Fascista, lavoro poi confluito nella tesi di laurea che ho preparato e discusso con la Professoressa Daniela Fonti. Prendendo in esame un caso come quello del mausoleo funebre per Costanzo Ciano a Livorno, ho voluto quindi offrire il mio modesto contributo a quella branca della ricerca storica che da alcuni anni a questa parte tenta di colmare tale vuoto. L’opera in questione non ha particolari pregi artistici, ma permette di fare luce su un periodo sconosciuto di un artista come Arturo Dazzi, all’epoca assai noto. Durante la ricerca è emersa la realtà particolarissima di un cantiere di un opera monumentale di grandi dimensioni, portato avanti con grande impiego di mezzi e fondi nel contesto della II guerra mondiale. Ed è quindi emerso anche il paradosso di un faraonico monumento al regime quando questo, in grave difficoltà, era sul punto di cadere. La storia italiana seguente, ed in particolare quella sociale e politica livornese, hanno fatto sì che di tale opera imponente si perdesse il ricordo e venisse rimossa, pur se non fisicamente, dalla città quasi fosse un corpo estraneo. Nel corso degli anni alcune biografie (poche in realtà) si sono occupate di Arturo Dazzi. Tra le migliori si possono citare “Dazzi” di Guglielmo Matthiae, edito dai Fratelli Palombi nel I979 e più di recente “Arturo Dazzi. Dipinti e sculture della donazione Dazzi di Forte dei Marmi” di Anna Vittoria Laghi del 2002. In tutte le biografie si riscontra comunque un vuoto sull’argomento “Mausoleo”, se non di documentazione giornalistica, sicuramente per ciò che attiene le fonti dirette. Il mio lavoro iniziale è consistito soprattutto nel colmare tale vuoto. Dopo una prima fruttuosa ricerca che ha portato alla scoperta di centinaia di documenti e disegni inediti presso l’Archivio di Stato di Roma nei fondi “Opere P.N.F.”, mi sono reso conto dell’importanza che aveva assunto un’opera del genere per l’Italia dell’epoca. Già dalle prime

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