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L'abuso della potestà genitoriale

Ai sensi dell’art. 330 c.c. nel testo modificato dalla riforma del 1975 del diritto di famiglia (e precedente alla ulteriore modifica apportata dall'art. 37, 1. 149/2001) il giudice può pronunciare la decadenza dalla potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio per il figlio. In tal caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l'allontanamento del figlio dalla residenza familiare (art. 330 c.c.).
Il testo della norma precedente alla riforma non menzionava “l'abuso dei poteri” relativi alla potestà, ma soltanto la violazione dei doveri: tale modifica rappresenta la formale codificazione del riconoscimento dei mutati rapporti fra genitori e figli, anche se autorevole dottrina sostiene che la precedente versione della disposizione avrebbe, comunque, consentito di censurare comportamenti non solo “omissivi” ma anche “commissivi” del genitore. È stato infatti affermato che “la modifica, introdotta dalla legge di riforma del 1975, è peraltro solo apparente, perché i poteri inerenti alla potestà, in quanto attribuiti al genitore nell'esclusivo interesse del figlio, debbono essere correttamente esercitati dal genitore stesso: l’abuso di tali poteri, quindi, rientrava già nella violazione dei doveri inerenti alla potestà”
Deve comunque sottolinearsi che non è semplice distinguere le due categorie di comportamenti. Può precisarsi che gli abusi di potere, i quali non sconfinano in fatti di maltrattamento o di abuso sessuale, vengono di solito configurati da inutili e vessatori atteggiamenti di compressione dei diritti e delle libertà del figlio, con particolare riferimento all’evoluzione e alle esigenze della sua personalità nell'arco del percorso di crescita.
La casistica è piuttosto varia. A titolo di esempio, si può ricordare il provvedimento del Tribunale minorile di Lecce, il quale riconduce ad una ipotesi di abuso della potestà il comportamento del genitore non affidatario inosservante del contenuto del provvedimento di separazione. È stato, infatti, ritenuto che il comportamento del genitore separato dal coniuge e non affidatario dei figli minori che, pendente il giudizio di separazione personale ed in violazione delle statuizioni del giudice, abusi dei suoi poteri, trattenendo indebitamente presso di sé i figli minori, ostacolando il loro rientro presso il genitore affidatario e perfino il loro attaccamento verso quest’ultimo, e che trascuri in maniera rilevante e pericolosa i propri doveri diretti, delegando ai nonni la cura e l'educazione della prole durante i periodi in cui questa permane presso di lui, ponendo altresì i figli in uno stato di precario, pericoloso equilibrio psicofisico con l'allontanarli dal loro naturale e pregresso ambiente socio-familiare e scolastico e con il far loro mancare radicalmente, e senza motivo adeguato, consolidate abitudini di vita e di condotta, giustifica l’adozione del provvedimento di decadenza dall'esercizio della potestà parentale .
Grande attenzione viene inoltre prestata alle scelte terapeutiche che il genitore compie per il figlio minore.
Sul punto, la giurisprudenza di merito sembra fornire solu¬zioni conformi.

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INTRODUZIONE STORICO - GIURIDICA DELL’ISTITUTO E SUA EVOLUZIONE CAPITOLO PRIMO INTRODUZIONE STORICO - GIURIDICA DELL’ISTITUTO E SUA EVOLUZIONE 1. La patria potestas L’istituto della patria potestà era proprio dei cittadini romani, come già si evince dalle Istituzioni di Gaio 1 : «Item in potestate nostra sunt liberi nostri, quos iustis nuptiis procreavimus. Quod ius proprium civium Romanorum est (fere enim nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus)... » (G.1.55) 2 . È probabile che l’istituto della patria potestà derivi dalla tendenza del diritto antico alla conservazione dei patrimoni familiari; i 1 Le Istituzioni di Gaio sono un’opera didattica in 4 libri composta dal giurista romano Gaio tra il 168 e il 180 d.C. Il carattere di assoluta eccezionalità dell’opera consiste nel fatto di essere l’unica opera della giurisprudenza romana classica ad essere pervenuta fino ai nostri giorni direttamente, senza il tramite di compilazioni che ne abbiano potuto alterare il significato. Si veda A. GUARINO, L’esegesi del diritto romano, Napoli, 1982, p. 56. 2 “Parimenti sono in nostra potestà i nostri figli, che abbiamo procreato in giuste nozze. Ciò è diritto proprio dei cittadini romani (di regola infatti non ci sono altri uomini, che in tal modo hanno potere sui loro figli, quanto ne abbiamo noi)...” 1

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Valerio Ferrara Contatta »

Composta da 235 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.