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Questione di stile. Scrivere per capire e farsi capire all'interno della Pubblica Amministrazione

Informazioni tesi

  Autore: Anna Domini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Maurizio Boldrini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 164

Di fronte ad un qualunque testo della Pubblica Amministrazione, è facile che il cittadino si trovi disorientato e incapace di comprendere il contenuto delle frasi e dei singoli termini. In effetti, il lettore non ha tutti i torti: a dispetto dell'ampia varietà di testi prodotti quotidianamente dagli uffici pubblici, si può rintracciare una sorprendente uniformità nei toni, nelle formule linguistiche, nelle espressioni usate. Il burocratese si caratterizza sempre per uno stile arcaico, desueto, inutilmente altisonante, in sostanza anacronistico rispetto al tempo presente. Negli ultimi anni tra l'altro, i cittadini stessi si sono dimostrati più insofferenti alla scrittura amministrativa, anche perchè di pari passo è cresciuta la consapevolezza dei diritti di cittadinanza di cui sono titolari, primo tra tutti quello all'informazione, da cui discende poi in maniera diretta quello di capire. Le istituzioni, dunque, hanno colto il disagio della collettività e - dagli anni Novanta - hanno gradualmente avviato processi concreti di semplificazione del linguaggio amministrativo, nell'ottica del ripensamento generale a cui è stata sottoposta la Pubblica Amministrazione stessa e il proprio operato. I nuovi principi su cui impostare l’azione amministrativa sono quelli dell’accesso, della partecipazione, della trasparenza, dell’ascolto, tutti disciplinati per legge anche se non ancora condivisi appieno dalle varie amministrazioni. Come si sa, infatti, i cambiamenti culturali e nei comportamenti collettivi sono molto più difficili da innescare rispetto alle innovazioni legislative; nonostante ciò, è ormai innegabile un aumento complessivo della sensibilità delle istituzioni verso la collettività, associato ad una volontà ben manifesta di ridefinire al meglio un rapporto con i cittadini ormai logoro e non più sostenibile.
In questo scenario la comunicazione gioca un ruolo prioritario e si abbina perfettamente alla necessità di portare avanti azioni sistematiche di semplificazione amministrativa, sia nelle procedure, molte delle quali hanno già ridimensionato il loro livello di farraginosità sia, appunto, nel linguaggio impiegato per scrivere bandi, delibere, moduli da compilare.
La semplificazione linguistica non si riduce alla mera sostituzione di un termine antiquato con uno appartenente alla lingua comune: è invece un’operazione raffinata, che punta a sottrarre inutili complessità senza per questo banalizzare il contenuto, mirando semmai ad aggiungere senso. La prospettiva che va assunta per condurre con successo l’attività dello snellimento del burocratese è quella della leggibilità e della comprensibilità dei testi, che prescrive di mettersi dalla parte del destinatario. Solo attraverso una preventiva identificazione dei lettori che potrebbero trovarsi di fronte al testo è infatti possibile poi produrre documenti davvero chiari, fatti apposta per chi li leggerà, e allo stesso tempo in linea con gli obiettivi da perseguire.
Negli ultimi anni la questione della semplificazione è stata affrontata sia a livello nazionale, con iniziative, direttive e progetti promossi dal Dipartimento della Funzione Pubblica, sia in ambito locale. A tale proposito, l’esperienza del Comune di Cremona risulta particolarmente significativa, visto che da cinque anni porta avanti un impegno attivo e sempre più condiviso all’interno dell’Ente, affinché ogni testo prodotto risulti chiaro, semplice, scritto bene. La testimonianza cremonese ha anche messo in luce che la formazione del personale rappresenta una fase indispensabile per abituare i dipendenti a scrivere abbandonando i tradizionali stilemi burocratici, nell’ottica di una mentalità più orientata verso la necessità e l’importanza di farsi capire.
È importante diffondere all’interno dell’ente proprio la cultura di una comunicazione chiara e comprensibile: in effetti, soltanto se il cittadino riesce a comprendere i messaggi veicolati dalla Pubblica Amministrazione potrà poi rispondere, quindi partecipare, e influire almeno in parte sulle modalità stesse di erogazione dei servizi. È in questo senso che viene innescato nella pratica quel famoso circolo virtuoso della comunicazione, di cui si parla tanto nei manuali, ma così difficile da realizzare nella realtà, visto che presuppone una notevole partecipazione dei soggetti coinvolti e si alimenta proprio con l’attivazione di flussi comunicativi sistematici e bidirezionali tra le amministrazioni e i cittadini.
In questo contesto, la lingua gioca un ruolo fondante: essa rappresenta infatti il codice da condividere affinché la comunicazione vada a buon fine. L’esortazione è quella di non sottovalutare mai gli effetti negativi dell’incomprensione: il fraintendimento è effetto della cattiva comunicazione e, poiché rende difficile la circolazione delle informazioni, di certo ostacola il mantenimento di un clima democratico dentro le società.

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5 Introduzione Il burocratese, il ricorso della Pubblica Amministrazione ad un linguaggio oscuro e non di rado esoterico, è un fenomeno ben presente al cittadino, che almeno una volta nella vita è costretto, suo malgrado, a misurarvisi. Come spesso accade di fronte a situazioni diffuse e fortemente connotate, dopo qualche invettiva iniziale, l’atteggiamento conseguente del cittadino è quello della rassegnazione disillusa. Tutt’al più, a questa presa di coscienza ben poco confortante, si associa la consolazione del «mal comune mezzo gaudio»: lo smarrimento di fronte ai testi amministrativi appare condiviso da amici e conoscenti, o più semplicemente dal vicino di fila agli uffici pubblici. D’altra parte, il cittadino è poco disposto a perdere tempo per disbrigare la pratica, e considera mal fatto il documento che, appunto, si avvale di uno stile di comunicazione mediocre o addirittura astruso. Se si affronta la stessa questione dalla prospettiva opposta però, non si può fare a meno di rilevare le difficoltà che si pongono a tutti quei soggetti che, nelle società complesse, hanno il compito e la responsabilità di fare comunicazione pubblica. Gestire quotidianamente una mole crescente di informazioni di pubblica utilità non è cosa semplice; ancor meno facile diventa elaborare le stesse quantità enormi di informazioni per porgerle, in modo efficace, a fette sempre più ampie e indifferenziate di cittadini. Le istituzioni pubbliche si trovano attualmente in questa delicata situazione, assumendo il molteplice ruolo di fonti primarie di norme e regolamenti, talvolta di mediatrici degli organi giuridici, comunque sempre soggetti fornitori di servizi da erogare alla collettività. In questo contesto, la Pubblica Amministrazione non è certo rimasta inerte. Se fino a quindici anni fa era impensabile che regioni, province e comuni si preoccupassero delle informazioni al pubblico, del rapporto con gli utenti e dell’individuazione dei loro bisogni, dalla riforma degli anni Novanta la comunicazione ha iniziato a rivestire un ruolo prioritario nelle istituzioni, al pari delle aziende private. Proprio la comunicazione è tra le materie che hanno risentito di più delle vivaci innovazioni legislative dello scorso decennio, che

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