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''Blood of a Slave, Heart of a King'': la rilevanza poetica della rap music nel contesto americano contemporaneo

“L’ultima rivoluzione musicale nera”. “La CNN dei ghetti”. “Una moda passeggera.” Molte sono state le etichette attribuite al rap in questi ultimi trent’anni, da quando il fenomeno hip hop cominciò a delinearsi nei quartieri più degradati di New York tra i giovani afroamericani. Il rap è sempre stato interpretato nei modi più diversi e ogni volta sembra sfuggire ad una definizione precisa e definitiva, frutto com’è di valori oscillanti tra violenza e il richiamo all’unità e alla pace, tra materialismo e spiritualità, tra elementi regressivi e rivoluzionari.
Quel che è certo è che dopo tre decadi, la musica hip hop è divenuta uno dei generi più diffusi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo: un fenomeno minoritario che ha superato le barriere linguistiche e culturali per affermarsi nella cultura popolare occidentale. Il rap rimane una delle forme artistiche più originali e importanti degli Stati Uniti, radicata ad una tradizione ancestrale e allo stesso tempo legata alla tecnologia e ai mezzi di comunicazione.
Il peculiare bisogno di esprimere e raccontare le proprie storie, tipico del rap, nasce dal disagio sociale delle comunità nere degli Stati Uniti: il loro reddito è quasi la meta della media nazionale, il cinquanta per cento dei ragazzi in carcere è afroamericano, più della metà dei bambini afroamericani vive in una famiglia composta solamente dalla madre. Questi dati possono aiutarci a comprendere l’iconografia della gioventù “black” urbana, popolata da eroi del ghetto che lottano per ottenere la libertà (anche economica) con ogni mezzo, in un ambiente scandito dalle regole non scritte della violenza e dell’illegalità. Il cosiddetto “ghetto” è paradossalmente divenuto il centro vitale della musica rap, “una terra di nessuno” promossa a simbolo di perdizione dalla cinematografia hollywoodiana, dimenticata dalle strutture statali e sociali ma in realtà un universo che cova al suo interno modi creativi per esprimere la frustrazione e la voglia di emergere.
Il rap fa parte di una sfera culturale chiamata hip hop, che comprende varie discipline come la danza, i graffiti e anche la musica: la tesi focalizza la sua attenzione sul testo della musica rap, proponendo un’analisi sulla poetica dei suoi versi e sulle strategie retoriche impiegate, e inserendoli nel contesto sociale e nella tradizione musicale-letteraria afroamericana. In questa tradizione, musica e poesia divengono quasi sinonimi, l’una attinge dall’altra per trovare l’ispirazione e i canoni espressivi adatti. La parola non nasce per rimanere confinata nel foglio (qualora sia scritta), ma esiste per essere rappresentata di fronte ad un pubblico partecipe, possiede al suo interno una musicalità che sfocia inevitabilmente in un ritmo trascinante, sia essa parte di un sermone di Martin Luther King, di un discorso politico di Malcom X, di una poesia di Amiri Baraka, o di una canzone di Louis Amstrong.
Molti critici ritengono che il primo “rapper” (certamente inconsapevole) della storia fu il pugile Muhammad Ali, negli anni Sessanta e Settanta. Il suo impegno politico contro l’oppressione del popolo afroamericano lo ha proiettato a simbolo leggendario per la comunità nera: Ali non era solo un pugile, ma accompagnava i suoi incontri con rime taglienti contro i suoi avversari o contro l’America bianca di cui aveva conosciuto in prima persona il razzismo e la discriminazione. Egli è un esempio della tradizione poetica afroamericana delle “dozens”, del “boasting” e del “rapping”: analizzare come gli elementi della tradizione vernacolare siano ripresi nei versi del rap è essenziale per comprendere un’arte che si basa sull’abilità nell’utilizzo del linguaggio. È interessante notare come moltissimi giovani afroamericani siano in grado fin dall’infanzia di impiegare le complesse figure tradizionali della retorica (il cosiddetto “Signifyin(g)”) nelle sue varie forme, allenandosi in duelli verbali che rappresentano una sorta di scuola letteraria di strada.
Il rap nasce così: una cultura orale che risale al periodo dello schiavismo, composta da determinate strategie linguistiche, viene utilizzata per affermare la propria identità e denunciare l’ingiustizia e il razzismo, o semplicemente per raccontare una storia, per confondere coi suoi significati ambivalenti e spesso fraintesi, una società che ancora vede la cultura afroamericana come un elemento estraneo o peggio un prodotto esotico da sfruttare e da normalizzare.

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3 Premessa “L’ultima rivoluzione musicale nera”. “La CNN dei ghetti”. “Una moda passeggera.” Molte sono state le etichette attribuite al rap in questi ultimi trent’anni, da quando il fenomeno hip hop cominciò a delinearsi nei quartieri più degradati di New York tra i giovani afroamericani. Il rap è sempre stato interpretato nei modi più diversi e ogni volta sembra sfuggire ad una definizione precisa e definitiva, frutto com’è di valori oscillanti tra violenza e il richiamo all’unità e alla pace, tra materialismo e spiritualità, tra elementi regressivi e rivoluzionari. Quel che è certo è che dopo tre decadi, la musica hip hop è divenuta uno dei generi più diffusi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo: un fenomeno minoritario che ha superato le barriere linguistiche e culturali per affermarsi nella cultura popolare occidentale. Il rap rimane una delle forme artistiche più originali e importanti degli Stati Uniti, radicata ad una tradizione ancestrale e allo stesso tempo legata alla tecnologia e ai mezzi di comunicazione. Il peculiare bisogno di esprimere e raccontare le proprie storie, tipico del rap, nasce dal disagio sociale delle comunità nere degli Stati Uniti: il loro reddito è quasi la meta della media nazionale, il cinquanta per cento dei ragazzi in carcere è afroamericano, più della metà dei bambini afroamericani vive in una famiglia composta solamente dalla madre. Questi dati possono aiutarci a comprendere l’iconografia della gioventù “black” urbana, popolata da eroi del ghetto che lottano per ottenere la libertà (anche economica) con ogni mezzo, in un ambiente scandito dalle regole non scritte della violenza e dell’illegalità. Il cosiddetto “ghetto” è paradossalmente divenuto il centro vitale della musica rap, “una terra di nessuno” promossa a simbolo di perdizione dalla cinematografia hollywoodiana,

Tesi di Laurea

Facoltà: Lingue e Letterature Straniere

Autore: Cossu Giacomo Contatta »

Composta da 128 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 11547 click dal 07/02/2007.

 

Consultata integralmente 5 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.