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Il divieto di rappresentazione nell'ebraismo

Informazioni tesi

  Autore: Karen Naccache
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: comunicazione e mass-media
  Relatore: Michele Colafato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

L’oggetto della presente ricerca è il divieto di rappresentazione nell’ebraismo. Il secondo comandamento, così come viene espresso nel Pentateuco - nel capitolo venti dell’Esodo - è alla base di tale interdizione.Prima di approdare all’analisi del fenomeno dell’aniconismo nella cultura ebraica, è necessario spiegare che cosa si intende per rappresentazione.

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1 Introduzione L’oggetto della presente ricerca è il divieto di rappresentazione nell’ebraismo. Il secondo comandamento, così come viene espresso nel Pentateuco - nel capitolo venti dell’Esodo - è alla base di tale interdizione.Prima di approdare all’analisi del fenomeno dell’aniconismo nella cultura ebraica, è necessario spiegare che cosa si intende per rappresentazione. Nel primo capitolo si esaminano le opinioni di due antropologi, Jack Goody e J. P. Verant, in merito a questo tema. Il primo, nel saggio L’ambivalenza della rappresentazione 1 chiarisce come tale concetto nella cultura occidentale, abbia origine nella misēsis di Platone. Il secondo autore in "Nascita di immagini" 2 , ripercorre la genealogia di questo termine. Nel pensiero greco la riflessione intorno alla mimēsis ruota intorno alla dialettica tra essere e non essere e, l’immagine connessa al non essere, manifesta solo l’aspetto mutevole di ciò che imita. Il presupposto concettuale di tale affermazione, secondo Goody, è nel pensare a ciò che viene rappresentato come un doppio perfettamente uguale all’originale. Di tale avviso è anche Umberto Eco, infatti , nel suo Trattato di semiotica generale 3 , mette in discussione tali opinioni sostenendo la necessità di riformulare la questione in altri termini. La prospettiva semiotica mette in luce come ogni cultura selezioni degli elementi che riconosce significativi per la rappresentazione. Nella presente ricerca si è adottato tale orizzonte interpretativo in quanto esso si delinea come uno strumento teorico efficace per comprendere in base a quali criteri culturali e religiosi l’ebraismo ha selezionato alcuni elementi su cui grava tale divieto. Si potrebbe affermare che tale interdizione sia strettamente correlata alla dimensione del sacro nell’ebraismo, e che il divieto quindi, abbia come oggetto la rappresentazione del sacro. Prima di trattare il sacro (kadosh) nella prospettiva ebraica, nel secondo capitolo si analizza come la categoria del sacro sia stata elaborata dal sociologo francese David Emile Durkheim e dal fenomenologo Rudolf Otto. La scelta di questi due pensatori è motivata dalle seguenti ragioni: Durkheim oltre ad essere stato uno dei 1 Jack Goody, L’ambivalenza della rappresentazione, Feltrinelli Editore, Milano, febbraio 2000 2 J.P. Vernant, Nascita di immagini e altri scritti su religione, storia, ragione, il Saggiatore, Milano 1982 3 Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Gruppo editoriale Fabbri, Sonzogno,1975

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