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La musica liturgica come liturgia

Informazioni tesi

  Autore: Umberto De Baptistis
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2005-06
  Università: Istituto Superiore di Studi musicali Gaetano Braga Teramo
  Facoltà: Discipline musicali
  Corso: Discipline musicali
  Relatore: Italo Luciani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 46

Partiamo dal dato storico che la musica è un elemento essenziale del culto. Nei secoli, in ogni epoca, dall’antichità fino ai nostri giorni, in ogni cultura, la presenza della musica nelle celebrazioni religiose è immancabile. Potrebbe sembrare assurdo, ma anche quelle convinzioni ideologiche che rilevano un certo quietismo nel loro culto, elevano, cantano una lode a Dio con il proprio silenzio, che è uno dei profili che può assumere la musica.
Se infatti la manifestazione musicale evidente è il cantare o il suonare, esiste una dimensione musicale “di fatto” che è quella, ad esempio, del parlare coralmente ed all’unisono come assemblea liturgica. La cadenza e la tonalità che da questa dimensione scaturiscono assomigliano più al cantare che al parlare.
Non dimentichiamo, infine, che tutta la produzione musicale sacra e liturgica, dagli inni, ai preludi e postludi per il servizio divino, dalla musica devozionale alla salmodia, dal gregoriano alla polifonia contemporanea, costituisce l’elemento più coinvolgente del culto.
Perciò, in questo lavoro, musica e liturgia non saranno trattate come due campi isolati ed indipendenti l’uno dall’altro, ma saranno interpretate partendo dalla convinzione che i problemi fondamentali nella liturgia hanno il loro contrappunto nella musica. Non è, pertanto, corretto affermare che esiste una musica durante la liturgia; dovremmo, piuttosto, parlare di una liturgia musicale, dove si avverte sempre più intimo il legame tra il far musica e il pregare. La liturgia musicale, potremmo fin d’ora sintetizzare, è il pregare facendo musica.

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4 P R E M E S S A Tra i tanti corsi di studio proposti nei vari Conservatori di musica e Istituti Musicali Pareggiati italiani, figura raramente quello in Musica sacra e Musica liturgica. Al momento, infatti, le uniche strade percorribili per la formazione in tale ambito sono quelle del Pontificio Istituto di Musica Sacra in Vaticano, di alcuni corsi della Conferenza Episcopale Italiana o degli Istituti diocesani di liturgia e musica; anche questi ultimi, in verità, sono pochi e, purtroppo, anche con un numero di iscritti abbastanza ridotto. Verrebbe da chiedersi, subito, se alla base di questa scarsa partecipazione, possa esserci il disinteresse per la disciplina oppure un interesse tale da non rendere necessario o desiderabile un ulteriore approfondimento, anche di natura accademica. C’è da considerare, inoltre, che negli Istituti sopra citati, tutti ovviamente legati alla Istituzione religiosa, la formazione è necessariamente meno “laica” di quanto, invece, potrebbe essere in una struttura universitaria come Conservatori, Istituti Pareggiati… È pur vero che distinguere o alienare la pratica utilizzazione della musica sacra o, ancor più, della musica liturgica dal suo habitat naturale, che è quello della esperienza ecclesiale, volendo considerare esclusivamente la sua essenza puramente storica ed artistica, risulterebbe un processo decisamente difficile, e secondo me, riduttivo. Tale separazione, infatti, comporterebbe una non oggettiva ed esauriente analisi della materia. Sarebbe come voler cogliere solamente “uno” degli aspetti e non la loro globalità. Teniamo ben presente, inoltre, che in virtù dello stretto legame con l’esperienza ecclesiale e liturgica, la musica sacra ha subìto profonde trasformazioni che sono divenute fondamentali e decisamente rivoluzionarie, nel bene e nel male, con l’avvento del Concilio Vaticano II. Nel condurre questo lavoro, pertanto, mi sono preoccupato di dare, almeno queste erano le intenzioni e mi auguro di esserci riuscito, non tanto una collocazione storica alla musica sacra e liturgica, quanto di offrire spunti

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