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Tecnologie biologiche di bonifica. Dalla normativa di settore all'esperienza in situ: il caso Europa Metalli.

Informazioni tesi

  Autore: Tommaso Armano
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi del Piemonte Orientale A.Avogadro
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Biologia
  Relatore: Graziella Berta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 68

Alla luce dell’entrata in vigore del nuovo Testo Unico in materia di diritto dell’ambiente (D.lgs del 3 aprile 2006, n.152), le tecnologie biologiche di bonifica si rivelano essere uno strumento di bonifica efficace, non invasivo ed in totale compatibilità con le innovative politiche promosse dagli enti pubblici, fondate sui princìpi di un utilizzo razionale delle risorse e sul recupero di tutto ciò che, in un certo qual modo, può essere “riciclato”. Si tratta, nello specifico, di tecniche in grado di sfruttare le potenzialità biodegradative di microrganismi e batteri autoctoni (già presenti nella matrici ambientali impattate) capaci di riconoscere nella sostanza organica contaminante una valida fonte di nutrimento e sostentamento. Dall’ossidazione di tali composti, per lo più idrocarburi aromatici di origine petrolifera, la flora microbica ivi sviluppatasi ricava energia necessaria per il proprio metabolismo. Alla fine del processo gli agenti inquinanti saranno metabolizzati a composti semplici quali acqua ed anidride carbonica o a composti più complessi come acetil-CoA e succinil-CoA. Da un punto di vista tecnico-pratico, queste metodologie consistono sia nell’accelerazione dei processi biodegradativi tramite immissione (diretta o indiretta) di ossigeno e nutrienti (tipologia in situ), sia nel mettere a contatto il materiale oggetto della contaminazione con le popolazioni microbiche idrocarburo-ossidanti (tipologia on site).
Nel caso in cui la contaminazione sia stata causata da inquinanti di natura inorganica e laddove essa sia estremamente diffusa ed interessi un’elevata area di matrice ambientale, meglio impiegabili sono le tecnologie riconducibili alla phytoremediation. In questo contesto piante tolleranti quali le leguminose, le Brassicaceae e le Salicaceae vengono utilizzate come veri e propri “filtri biologici” in grado di fitoestrarre e bioaccumulare i contaminanti.
Nel caso dell’intervento di bonifica eseguito sull’area di proprietà dell’ex fonderia Europa Metalli le concentrazioni, superiori ai limiti di legge, di metalli pesanti come il Cu e lo Zn sono state “abbattute” tramite l’impiego di specie vegetali ad alto fusto (noce e ciliegio da legno) e di essenze arboree (carpino). Le specie vegetali sfruttate in questo ambito sono in grado sia di contenere nell’apparato radicale gli agenti xenobiotici (in questa disamina metalli pesanti), sia di traslocare nella porzione aerea ed epigea i medesimi. La capacità e la modalità di bioaccumulo delle piante viene valutata tramite il calcolo del BAF (bioaccumulation factor) identificabile sia per le radici che per le foglie. Il parametro, dato dal rapporto tra la concentrazione del metallo nella pianta (radice o foglia) e la concentrazione del metallo nel substrato, ci fornisce una stima delle capacità sequestranti della pianta in esame. Se il BAF radicale è >1 allora la pianta sarà ben impiegabile nella fitostabilizzazione. Al contrario, il TF (translocation factor), dato dal rapporto tra la concentrazione del metallo nella porzione aerea e la concentrazione del metallo nelle radici, ci permette di sapere quantitativamente quanti mg/kg di contaminante la pianta è in grado di traslocare nelle foglie e nella parte epigea. Una pianta con TF>1 (e quindi inevitabilmente con un BAF fogliare >1) sarà una buona iperaccumulatrice e quindi adottabile nella fitoestrazione.
Occorre infine rammentare che il successo delle tecniche di bio e fitorisanamento è fortemente dipendente da parametri e fattori chimico-fisico-ecologico-biologici quali il pH, la temperatura, l’umidità, la salinità, il potenziale redox, la riserva alcalina, l’insolazione, il vento, la granulometria del suolo e soprattutto la frazione biodisponibile dell’inquinante che è legata alla sua solubilità in acqua.

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1 CAPITOLO I NORMATIVA DI SETTORE Prima di addentrarsi nel campo delle bonifiche da un punto di vista scientifi- co-tecnologico è doveroso fare un cenno alla normativa di settore. Il documento fondamentale in merito è il D.M. 471/99 recante criteri, proce- dure e modalità per la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale dei siti inquinati. Con l’emanazione del suddetto D.M. è diventato operativo il sistema previsto dall’articolo 17 del Dlgs 22/1997 (il cosiddetto Decreto Ronchi) in materia di bonifi- ca dei siti contaminati. Si definisce in questo modo un campo di applicazione molto ampio, in quanto vengono stabiliti i limiti di accettabilità della contaminazione non solo del suolo e del sottosuolo, ma anche delle acque superficiali e sotterranee. È importante precisare che si parla di inquinamento causato oltre che da rifiuti, anche da un qualsivoglia e- vento, quale ad esempio una dispersione accidentale sul terreno durante il trasporto di sostanze contaminanti. Secondo il D.M. 471/99 l’obbligo di bonifica scatta solo al momento del superamento dei limiti di accettabilità stabiliti (Maglia e Santoloci, 1999). Ciò significa che il procedimento di risanamento ambientale è disposto dalla legge non solo quando il verificarsi di un fatto illecito può causare danno alla salute pubblica, ma anche quando un fenomeno accidentale può comportare comunque il superamento dei limiti di accettabilità. In quest’ultimo caso chi ha causato il poten- ziale evento di contaminazione è tenuto a notificare l’accaduto alle autorità compe- tenti. Qualora, dopo un’indagine di tali autorità, sia rilevabile un superamento dei so- pracitati limiti di accettabilità, l’autorità stessa emana un’ordinanza per dare inizio alle procedure di bonifica.

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Parole chiave

baf
biodegradazione
biorisanamento
bioventing
europa metalli
fitorisanamento
landfarming
phytoremediation
tf

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