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Le figure femminili nel cinema di Abel Ferrara

Informazioni tesi

  Autore: Stefano Lombardini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2005-06
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo
  Relatore: Ruggero Eugeni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 187

Questo lavoro prende in esame l’opera di uno dei più eclettici e inclassificabili cineasti americani contemporanei, Abel Ferrara (New York, classe 1951). Regista assai prolifico, con sedici lungometraggi all’attivo (di cui ben nove girati nel solo decennio 1990-2000) più svariati lavori per la televisione, a partire dal suo esordio ‘ufficiale’ alla fine degli anni Settanta – il suo primo vero film è una pellicola hardcore firmata sotto pseudonimo nel 1976 – con l’autoprodotto The Driller Killer, si è imposto come uno dei talenti più versatili della sua generazione, capace di dirigere con la stessa maestria pellicole a budget irrisorio come Bad Lieutenant e The Addiction, produzioni hollywoodiane come Ultracorpi – L’invasione continua, episodi di telefilm come Miami Vice e numerosi videoclip, esplorando quasi tutti i generi cinematografici più popolari (porno, thriller, horror, gangster-movie, fantascienza, dramma, film di vampiri, film di mafia, film sul cinema, film religioso,…) ma rimanendo sempre fedele ai propri temi morali (l’esperienza del male e quella della fede, il conflitto tra predestinazione e libero arbitrio, la dannazione e la redenzione, il ruolo delle immagini e del cinema in questa indagine), soprattutto grazie all’irripetibile sodalizio artistico con l’amico-sceneggiatore Nicholas St. John, al suo fianco fino al capolavoro The Funeral del 1996.

Autore complesso e indipendente in modo quasi costituzionale, che pur avendone avuta la possibilità non si è mai lasciato assorbire dal sistema delle majors, presente da vent’anni nei maggiori festival europei ma senza averne mai vinto alcuno (il “Premio Speciale della Giuria” che ha ricevuto a Venezia nel 2005 per Mary è l’eccezione che conferma la regola), che ha alternato buoni successi di pubblico come King of New York a pellicole che hanno avuto anche problemi di distribuzione in sala come The Blackout, radicatissimo nella città natale dove sono ambientati la maggior parte dei suoi film ma anche apolide con la varietà di luoghi e set internazionali di New Rose Hotel e Mary, lontano sia dal cinema moderno (a maestri del quale come Pasolini e Bresson deve comunque molto) sia, più radicalmente, da quello postmoderno (pur citando sempre, e a ragione, Scorsese come la sua principale fonte d’ispirazione), vero e proprio ponte vivente tra film d’autore e film commerciale, film d’arte e film di genere, cinema europeo e cinema americano, sarebbe impensabile cercare di esaurire l’analisi della sua opera in un singolo saggio.

Nelle pagine che seguono, abbiamo perciò scelto di limitarci a considerare i suoi lungometraggi per il grande schermo nell’ottica di un tema specifico, cioè le figure femminili che popolano il suo cinema. Come proveremo a dimostrare, concentrarci su questo aspetto trasversale ci permetterà indirettamente non soltanto di descrivere forme e modalità della loro presenza nei film presi in esame, ma anche di indagare i loro rapporti con le tematiche più generali dell’opera di Ferrara, con i suoi mondi e il suo stile narrativo, il suo lavoro sui generi cinematografici fino – speriamo – ad illuminare alcune marche autoriali da cui traspaia la sua concezione etica, politica ed estetica del film-making.

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Introduzione Questo lavoro prende in esame l’opera di uno dei più eclettici e inclassificabili cineasti americani contemporanei, Abel Ferrara (New York, classe 1951). Regista assai prolifico, con sedici lungometraggi all’attivo (di cui ben nove girati nel solo decennio 1990-2000) più svariati lavori per la televisione, a partire dal suo esordio ‘ufficiale’ alla fine degli anni Settanta – il suo primo vero film è una pellicola hardcore firmata sotto pseudonimo nel 1976 – con l’autoprodotto The Driller Killer, si è imposto come uno dei talenti più versatili della sua generazione, capace di dirigere con la stessa maestria pellicole a budget irrisorio come Bad Lieutenant e The Addiction, produzioni hollywoodiane come Ultracorpi – L’invasione continua, episodi di telefilm come Miami Vice e numerosi videoclip, esplorando quasi tutti i generi cinematografici più popolari (porno, thriller, horror, gangster-movie, fantascienza, dramma, film di vampiri, film di mafia, film sul cinema, film religioso,…) ma rimanendo sempre fedele ai propri temi morali (l’esperienza del male e quella della fede, il conflitto tra predestinazione e libero arbitrio, la dannazione e la redenzione, il ruolo delle immagini e del cinema in questa indagine), soprattutto grazie all’irripetibile sodalizio artistico con l’amico- sceneggiatore Nicholas St. John, al suo fianco fino al capolavoro The Funeral del 1996. Autore complesso e indipendente in modo quasi costituzionale, che pur avendone avuta la possibilità non si è mai lasciato assorbire dal sistema delle majors, presente da vent’anni nei maggiori festival europei ma senza averne mai vinto alcuno (il “Premio Speciale della Giuria” che ha ricevuto a Venezia nel 2005 per Mary è l’eccezione che conferma la regola), che ha alternato buoni successi di pubblico come King of New York a pellicole che hanno avuto anche problemi di distribuzione in sala come The Blackout, radicatissimo nella città natale dove sono ambientati la maggior parte dei suoi film ma anche apolide con la varietà di luoghi e set internazionali di New Rose Hotel e Mary, lontano sia dal cinema moderno (a maestri del quale come Pasolini e Bresson deve comunque molto) sia, più radicalmente, da quello postmoderno (pur citando sempre, e a ragione, Scorsese come la sua principale fonte d’ispirazione), vero e proprio ponte vivente tra film d’autore e film commerciale, film d’arte e film di genere, cinema europeo e cinema americano, sarebbe impensabile cercare di esaurire l’analisi della sua opera in un singolo saggio.

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