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Da nido delle aquile a porta dei Balcani. Prospettive di sviluppo dell'Albania sulla strada dell'integrazione europea

Informazioni tesi

  Autore: Marco Lecis
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Gianfranco Bottazzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 128

Per delineare le prospettive di sviluppo dell’Albania non è sufficiente individuare gli ostacoli endogeni, radicati nell’assetto politico, sociale ed economico dello stato, ma è indispensabile anche comprendere quale ruolo esercitino gli agenti internazionali sulle possibilità di sviluppo del paese.
Innanzitutto, quali sono gli ostacoli endogeni allo sviluppo dell’Albania, alla base dell’attuale condizione di sottosviluppo?
1. La mancata maturazione del senso civico dei cittadini albanesi, che non nutrono fiducia nelle istituzioni dello stato. La storia degli albanesi è la storia di un popolo disabituato ad avere un proprio stato e, per questo motivo, il cittadino schipetaro prova un’innata diffidenza ed una naturale disaffezione nei confronti delle istituzioni pubbliche e di tutto ciò che rappresenta lo Stato.
2. Il basso profilo dello stato di diritto, sul quale grava il peso di un alto grado di corruzione in tutti i settori della vita pubblica e una preoccupante collusione tra il potere politico e la criminalità organizzata.
3. L’assenza di una good governance nell’amministrazione pubblica, che può essere garantita soltanto da una classe di funzionari pubblici indipendenti, reclutati non sulla base di affiliazioni politiche o logiche clientelari, ma attraverso procedure pubbliche e concorsuali di selezione.
4. La persistenza dell’antico diritto consuetudinario, il Kanun, il cui carattere misogino si riflette ancora oggi sulla condizione femminile.
5. La scarsa interazione tra le ONG locali e il governo nazionale, interazione necessaria per il potenziamento e l’autonomia della società civile.
6. Un’iniziativa economica privata estranea alle regole del libero mercato e una stretta dipendenza economica dall’estero, in termini di importazioni di beni non prodotti all’interno, di rimesse degli emigranti, di aiuti internazionali e di riciclaggio di denaro sporco.
7. Il rischio di un’irreversibile fuga di cervelli, per eludere la quale il governo del paese non ha ancora predisposto una politica sistematica, tesa ad incoraggiare il rimpatrio del capitale umano di eccellenza.
8. Il senso di inferiorità e di dipendenza maturato nei confronti dell’Occidente e il disprezzo per il proprio passato e per la propria identità, con la conseguente mancanza di fiducia nelle proprie possibilità.
In un siffatto contesto, il ruolo delle organizzazioni internazionali (governative e non) diventa assolutamente indispensabile allo sviluppo dell’Albania e, in particolare, il processo di associazione all’Unione europea si configura come un’ineguagliabile opportunità per sollevare finalmente il paese dalla condizione di sottosviluppo in cui versa.
L’opinione pubblica albanese desidera entrare nell’Unione, in quanto in essa vi identifica i valori democratici, i benefici economici e la libera circolazione delle persone nel continente, ma non è ancora chiaro fino a che punto la popolazione sia realmente informata dei sacrifici e dei doveri che il processo di integrazione comporta. Responsabile di questa scarsa informazione è proprio la classe politica albanese, che cavalca l’europeismo degli elettori albanesi, senza tuttavia affrontare con realismo e sincera volontà le problematiche dell’integrazione.
Il problema cruciale quindi è proprio la classe dirigente albanese, che non ha la competenza né l’onestà e nemmeno il desiderio di servire il proprio stato. Tuttavia, contrastando le possibilità di una rigenerazione della classe politica, la comunità internazionale e gli stati più influenti non hanno espresso con sufficiente intensità il proprio dissenso nei confronti della leadership esistente, sebbene questa governi con metodi non democratici e sia palesemente corrotta.
Gli Stati Uniti, infatti, sono più interessati alla stabilità politica del paese come dell’intera area balcanica, in vista della realizzazione del Corridoio n. 8, e ad avere un alleato in più nella guerra al terrorismo internazionale, piuttosto che alla qualità della democrazia in Albania.
Alla luce, dunque, dell’attuale contesto internazionale, dinanzi alla condotta diplomatica degli stati più influenti, tesa al mantenimento dello status quo e alla sopravvivenza dell’attuale classe dirigente, soltanto la supervisione dell’Unione europea, insieme a una nuova generazione di leaders ed intellettuali (soprattutto coloro che hanno studiato all’estero) pronti a sacrificarsi per il proprio popolo, può ancora far sperare in un reale progresso sulla strada dell’integrazione.

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9 Introduzione La vocazione “europea” dell’Albania Nel 1990, in concomitanza con la dissoluzione del regime comunista, dalle piazze di Tirana risuona a gran voce lo slogan “we want Albania with the rest of Europe”, un messaggio chiaro e preciso che esprime il desiderio dei cittadini albanesi di re-integrarsi nella “grande famiglia dell’Europa” dopo mezzo secolo di isolazionismo. 4 Rileggendo la propria storia, gli albanesi riconoscono le radici prettamente europee della propria identità nazionale e, sulla scia di questa nuova consapevolezza, aspirano a riprodurre nel proprio paese le strutture sociali, politiche ed economiche dei paesi dell’Europa occidentale, nella speranza che ciò comporti un sostanziale miglioramento della situazione socio-economica. 5 Il processo di sviluppo si traduce, quindi, in un ritorno alla civiltà occidentale e alla tradizionale amicizia con gli Stati Uniti d’America, stretta alla fine della prima guerra mondiale, quando l’allora presidente Woodrow Wilson conquista la fiducia della nazione albanese con il dichiarato impegno, in nome dell’autodeterminazione dei popoli, a preservarne l’indipendenza. Gli albanesi, sedotti dal mito americano della “terra promessa”, scoprono di condividere con gli americani il medesimo approccio alla vita, pragmatico e avventuroso, un’affinità psicologica che intensifica ulteriormente il legame tra i due popoli. La storica riconoscenza verso gli Stati Uniti, per giunta, ha modo di rafforzarsi in occasione della crisi kosovara, nel momento in cui l’Amministrazione Clinton sceglie di sostenere la causa albanese e di schierarsi a favore dei kosovo-albanesi nel conflitto contro la Repubblica Federale di Iugoslavia. Il caso Albania dimostra che la teoria della modernizzazione, che a suo tempo (negli anni Cinquanta) ha fornito un’implicita giustificazione delle relazioni asimmetriche tra le società moderne e le società tradizionali e ha legittimato la meliorative foreign aid policy degli Stati Uniti nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, ha ancora oggi, all’inizio del XXI secolo, rilevanti implicazioni politiche nei paesi in via di sviluppo, in particolare in quelli animati da un americanismo di fondo. Tuttavia, al di là delle motivazioni ideologiche e propagandistiche che hanno fatto dell’Albania una sorta di “Israele dei Balcani” 6 , giace nascosto un disegno strategico di più ampio respiro nel quale lo staterello balcanico ricopre un ruolo essenziale. 7 Nei primi anni della transizione, accanto all’Unione europea e agli altri attori “occidentali”, anche la Turchia e alcuni paesi del Golfo Persico hanno offerto la propria assistenza all’Albania. L’abbondante flusso di aiuti dai paesi musulmani persuade la classe politica albanese a consolidare opportunamente il legame d’amicizia in virtù dell’antico legame storico e della fratellanza religiosa. Per questo, nel 1993 il presidente Berisha (di fede musulmana) chiede - con un’astuta mossa diplomatica - l’ammissione all’Organizzazione della Conferenza Islamica. Tuttavia, dopo solo cinque anni, con il Partito Socialista al governo, il paese si ritira dall’organizzazione, preoccupato che l’appartenenza all’OCI possa compromettere l’associazione alle più appetibili organizzazioni “occidentali”. In quell’occasione, il primo ministro Fatos Nano giustifica 4 BOGDANI Mirela, Albania and the European Union. European Integration and the Prospect of Accession, Tirana, 2004, p. 105 5 BATT J. (edited by), Region, State and Identity in Central and Eastern Europe, Frank Cass, London, 2002, p. 4 6 NORDLINGER J., The Israel of the Balkans, The National Review, 10 November 2002 7 L’argomento relativo all’interesse dell’Occidente e, in particolare, degli Stati Uniti per la posizione strategica dell’Albania è approfondito nel Capitolo sesto.

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