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La ricostruzione della memoria nel romanzo di Edouard Glissant: Le Quatrième Siècle

Informazioni tesi

  Autore: Milena Seghetta
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Patrizia Oppici
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 282

Tra le opere che attestano la grandiosità dello scrittore martinicano Édouard Glissant vi è il romanzo del 1964 dal titolo Le Quatrième Siècle.
Le Quatrième Siècle può essere considerato come lo strumento di Édouard Glissant per dar vita ad una coscienza collettiva in Martinica e nelle Antille, fondata su un comune senso di appartenenza ad una comunità, sulla conoscenza di un vissuto storico doloroso che intreccia la cultura africana e la cultura europea in uno spazio condiviso, sulla consapevolezza della necessità di recuperare la voce del passato per costruire le basi di una società volta verso un futuro non più governato da schiavitù o alienazione, ma da libertà e indipendenza, anche culturale, oltre che politica ed economica. Lo scopo dello scrittore è quindi quello di costruire una nuova coscienza contro la francisation, cancellando le ideologie francesi che hanno fatto credere agli Antillani di essere Francesi e di poter trovare le origini della loro identità nella storia della Francia che esclude la storia dell’Africa. Glissant intende ricostruire la memoria del popolo martinicano partendo non dalla Martinica, bensì dalle origini africane, parlando poi della tratta dei Neri, del “viaggio” attraverso l’oceano fino all’arrivo nell’isola caraibica.
È attraverso questo percorso retrospettivo che Glissant intende formare le basi di un’identità antillana capace di migliorare il proprio presente e di disporre liberamente del proprio futuro.
Come Glissant, anche uno dei personaggi centrali de Le Quatrième Siècle, il giovane intellettuale Mathieu Béluse, desidera ardentemente conoscere la storia della sua famiglia e del suo popolo. Mathieu, e con lui il lettore, eredita la conoscenza del passato grazie al racconto orale dell’anziano quimboiseur papà Longoué, uno stregone custode di un arcano e lontano sapere. Il quimboiseur rappresenta il legame tra il passato e il presente, tra la cultura africana e la nuova cultura antillese.
L’originalità di Glissant in quest’opera è evidente sia nel contenuto, sia nello stile. Egli offre un’altra visione del mondo coloniale e dell’universo della schiavitù, mettendo in primo piano non lo scontro tra il colono e lo schiavo, bensì il rapporto schiavo-marron. Mette in discussione il mito della docilità e della passività dello schiavo nero e dimostra che l’accettazione passiva della schiavitù non è mai esistita e che molti furono coloro che scelsero la libertà con le marronnage, ossia con la fuga. Il marron è lo schiavo fuggito che si è rifugiato nei mornes, le alture dell’isola. Così come ha diviso in due la comunità nera, sceglie di dividere la comunità dei coloni. Se da un lato dipinge lo stereotipo del colono autoritario e dominatore, dall’altro lato inventa il personaggio del colono fragile e debole.
Glissant rifiuta l’estetica del romanzo storico realista, sconvolge il genere romanzesco e si oppone ai canoni della tradizione letteraria occidentale. Per evitare l’assimilazione culturale al mondo occidentale e per dar vita ad una letteratura antillese, crea uno stile ibrido che vede il mescolamento dei generi letterari e l’utilizzo di un linguaggio nuovo, arricchito della bellezza della poesia, del teatro, dell’epica. Le Quatrième Siècle è un’opera assai complessa dal punto di vista della struttura e della narrazione per la mancata linearità narratologica e cronologica. Lo stile complesso di Glissant è tuttavia da mettere in relazione alla storia frammentata della Martinica. Pensiamo, ad esempio, al taglio netto e forzato con la vita in Africa, al distacco e all’esilio forzati dalla terra madre, alla tratta, alla traversata dell’oceano Atlantico nella stiva di un nave, all’arrivo in un nuovo mondo, con cui instaurare un nuovo legame. Gli schiavi africani erano diventati dei nuovi uomini, con una nuova esistenza, in un nuovo mondo. Dopo l’abolizione della schiavitù nel 1848, gli ex-schiavi hanno acquisito una nuova identità ed ancora una volta devono instaurare un nuovo legame con la terra che, avendo per anni lavorato servilmente, non riescono ora a padroneggiare. La Martinica è stata così sterilizzata a causa dell’acculturazione e dell’assimilazione. Ne deriva un senso di frustrazione e di alienazione, poiché i Martinicani sono di fatto cittadini francesi, ma con uno stile di vita ed un passato del tutto diversi. Molti sono i temi e i simboli rintracciabili nel romanzo, come la nave negriera, considerata il mito fondatore della storia della Martinica, la disumanizzazione provocata dal commercio degli schiavi e la situazione dopo l’ufficializzazione della fine della tratta e la dichiarazione dell’abolizione della schiavitù nel 1848. Attraverso la ripetizione di immagini, simboli e temi, Glissant tenta di ricostruire l’immaginario collettivo del suo popolo, abolendo i miti e le ideologie ereditati dai colonizzatori.

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4 Introduzione Édouard Glissant e la letteratura antillese La letteratura franco-antillese 1 è emersa con la presa di coscienza dell’esistenza di una storia e di una realtà geopolitica in comune tra le isole dell’arcipelago delle Antille. Una storia segnata da eventi come il colonialismo e la schiavitù e un territorio definito dall’insularità hanno delineato la specificità di questa letteratura franco-caraibica. Spesso si pensa che le opere scritte in francese da autori delle Antille facciano parte della lussureggiante e suprema letteratura della Francia. In realtà, chiunque volesse leggere una poesia, un romanzo, un’opera teatrale o qualsiasi altra opera di uno scrittore antillano, dovrebbe sapere che ciò significherebbe addentrarsi in un mondo totalmente discordante da quello descritto nelle molteplici opere degli scrittori della Francia. Tale lettore verrebbe a conoscenza di una realtà storica, geopolitica, socio-culturale e linguistica totalmente diversa. 1 Per quanto riguarda l’uso degli aggettivi “antillese” e “antillano”, rimandiamo al testo di Carla Fratta La letteratura caraibica francofona fra immaginario e realtà, Roma, Bulzoni, 1996, pp. 17- 18, in cui l’autrice affronta il dibattito ancora in atto sull’utilizzo di questi due aggettivi, scrivendo: “Riguardo all’ultima aggettivazione, personalmente preferiamo il termine “antillese”, certo meno corrente di “antillano” nell’uso comune, ma ugualmente possibile in italiano. O per meglio dire, proponiamo l’utilizzo di entrambi i termini, ma con riferimento specifico a due epoche e a due oggetti letterari fra loro differenziati. In analogia con quanto fatto da alcuni storici della letteratura delle Antille in ambito francofono, che utilizzano a fini diversi i due termini “antilien/antillien/antiléen” e “antillais”, abbiamo deciso di usare in italiano l’aggettivo “antillano” per indicare gli scritti delle origini sulle Antille ad opera di autori “metropolitani” […], riservando l’aggettivo “antillese” alla moderna letteratura delle Antille, quella scritta da autori autoctoni.”.

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