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La manipolazione dell'appartenenza etnica: conflitti e interessi economici nella storia del Congo

Conflitto etnico. Sempre più spesso questa espressione ricorre nel linguaggio comune e in quello mediatico. Nella maggior parte dei casi, però, i termini che fanno riferimento all’etnia vengono utilizzati in modo distorto, inquinati da manipolazioni ideologiche più o meno nascoste. Molti dei conflitti extra-europei, sorti a partire dai primi anni Novanta, sono stati etichettati come guerre inter-etniche e, nel caso specifico africano, come guerre inter-claniche o tribali. L’interpretazione in chiave etnica e, dunque, le letture superficiali delle diverse realtà conflittuali che ne derivano, si sono generalizzate e affermate come un’ovvietà.
“Si uccidono per motivi etnici” è il messaggio che è penetrato come un tarlo nell’opinione pubblica e nella politica internazionale. Tale semplificazione depista e deforma la percezione della guerra, offuscando le reali dinamiche che stanno alla base del conflitto. Lo scrittore Paolo Rumiz insegna che “spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso con il grado di infiammabilità del legno e non con il fiammifero gettato da qualcuno”. Un tale approccio non segnala solo ottusità, ma “deliberata voglia di non capire, dunque complicità con il piromane” . La metafora usata da Rumiz si riferisce al caso della guerra dei Balcani, una storia che, sotto forme non poi tanto così diverse, si è riproposta in Congo.
La manipolazione dell’appartenenza etnica è infatti divenuta sempre più un elemento chiave dei conflitti moderni, forse la “nuova arma di distruzione di massa”. E i primi ad intuirne l’alto potenziale distruttivo sono stati proprio gli attori belligeranti, quelli che Rumiz definirebbe “i protagonisti del male”. Politici, militari, uomini d’affari, miliziani e trafficanti sono stati capaci di nascondere, dietro l’illusorio scudo etnico, obiettivi e interessi che vanno ben al di là dei cosiddetti “odi atavici”. Proprio per non essere complici dei “piromani”, ovvero per non lasciarsi incantare dalle facili banalizzazioni della violenza, dalle letture preconfezionate dei media e dalle verità in bianco e nero, è necessario indagare il contesto e le radici storiche dei conflitti.
La crisi dei Grandi Laghi, iniziata esattamente dieci anni fa con la rivolta di Laurent Desire Kabila, si è trasformata in breve tempo nella prima guerra panafricana, nel silenzio dei grandi mezzi di comunicazione e nella cinica indifferenza della comunità internazionale. Il bilancio è stato pesantissimo: secondo un recente studio, pubblicato da International Rescue Committe nel gennaio 2006, nella Repubblica Democratica del Congo sarebbe avvenuto il conflitto più sanguinoso dopo la Seconda Guerra Mondiale, con circa quattro milioni di vittime a partire dal 1998 . Ma di questa immane tragedia non si sa quasi nulla. Lo spazio che i mezzi di comunicazione hanno riservato alla vicenda congolese è stato irrisorio. Ancora si parla di conflitto a bassa intensità o, peggio, di conflitto inter-etnico. Proprio per questa classificazione riduttiva il Congo non ha mai conquistato le prime pagine dei giornali e le poche informazioni trasmesse raramente non sono state inquinate da stereotipi e pregiudizi.
Il Congo, territorio sconosciuto alla maggioranza degli europei, si trova nel cuore dell’Africa Subsahariana, si estende su un territorio che è poco più piccolo di quello dell’Europa Occidentale e, fin dall’Ottocento, è stato definito come un vero “scandalo ecologico” per l’eccezionale abbondanza di risorse naturali. Più che una fortuna, però, tali ricchezze hanno rappresentato per i congolesi una maledizione. Già a partire dalla fine del Quattrocento, infatti, le risorse congolesi hanno attirato gli appetiti dei colonizzatori occidentali, per poi costituire la prima fonte di sopravvivenza di una dittatura trentennale e divenire, infine, una delle principali cause della recente guerra. Profetiche furono le parole pronunciate, molto tempo prima che scoppiasse il conflitto, dall’intellettuale Franz Fanon, celebre scrittore anti-colonialista, secondo il quale, se l’Africa fosse stata raffigurata come una pistola, il suo grilletto si sarebbe trovato in Congo.
Definire il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo semplicemente come una guerra etnica sarebbe quindi del tutto illogico, così come eccessivamente riduttivo risulterebbe classificarlo sotto l’etichetta “guerra per le risorse”. Per comprendere a fondo la complessità della crisi dei Grandi Laghi pare sempre più necessaria un’analisi che parta dalle radici storiche del conflitto, per approfondire poi le dinamiche sociali, politiche ed economiche in campo. Solo attraverso un simile studio sembra possibile cogliere, almeno in parte, il senso del carattere etnico (sempre se così si può definire) del conflitto africano.

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1 Introduzione Conflitto etnico. Sempre piø spesso questa espressione ricorre nel linguaggio comune e in quello mediatico. Nella maggior parte dei casi, per , i termini che fanno riferimento all etnia vengono utilizzati in modo distorto, inquinati da manipolazioni ideologiche piø o meno nascoste. Molti dei conflitti extra-europei, sorti a partire dai primi anni Novanta, sono stati etichettati come guerre inter-etniche e, nel caso specifico africano, come guerre inter-claniche o tribali. L interpretazione in chiave etnica e, dunque, le letture superficiali delle diverse realt conflittuali che ne derivano, si sono generalizzate e affermate come un ovviet . Si uccidono per motivi etnici Ł il messaggio che Ł penetrato come un tarlo nell opinione pubblica e nella politica internazionale. Tale semplificazione depista e deforma la percezione della guerra, offuscando le reali dinamiche che stanno alla base del conflitto. Lo scrittore Paolo Rumiz insegna che spiegare la guerra con l odio tribale Ł come spiegare un incendio doloso con il grado di infiammabilit del legno e non con il fiammifero gettato da qualcuno . Un tale approccio non segnala solo ottusit , ma deliberata voglia di non capire, dunque complic it con il piromane 1. La metafora usata da Rumiz si riferisce al caso della guerra dei Balcani, una storia che, sotto forme non poi tanto cos diverse, si Ł riproposta in Congo. La manipolazione dell appartenenza etnica Ł infatti divenuta sempre piø un elemento chiave dei conflitti moderni, forse la nu ova arma di distruzione di massa . E i primi ad intuirne l alto potenziale distruttivo sono stati proprio gli attori belligeranti, quelli che Rumiz definirebbe i protagonisti del ma le . Politici, militari, uomini d affari, miliziani e trafficanti sono stati capaci di nascondere, dietro l illusorio scudo etnico, obiettivi e interessi che vanno ben al di l dei cosiddetti odi atavici . Proprio per non essere complici dei piromani , ovvero per non lasciarsi incantare dalle facili banalizzazioni della violenza, dalle letture preconfezionate dei media e dalle verit in bianco e nero, Ł necessario indagare il contesto e le radici storiche dei conflitti. La crisi dei Grandi Laghi, iniziata esattamente dieci anni fa con la rivolta di Laurent Desire Kabila, si Ł trasformata in breve tempo nella prima guerra panafricana, nel silenzio dei grandi mezzi di comunicazione e nella cinica indifferenza della comunit internazionale. Il bilancio Ł stato pesantissimo: secondo un recente studio, pubblicato da International Rescue Committe nel gennaio 2006, nella Repubblica 1 P. RUMIZ, Maschere per un massacro, Roma, Editori Riuniti, 1996.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Lara Ricciotti Contatta »

Composta da 98 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1808 click dal 09/07/2007.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.