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Le mutilazioni genitali femminili

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Barbieri
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze internazionali e diplomatiche
  Relatore: Alberto Antoniotto
Coautore: Davide Argento, Marta Guerriero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 48

Da qualche anno a questa parte il tema delle mutilazioni genitali femminili viene periodicamente riproposto all'attenzione della società grazie a numerose campagne di sensibilizzazione a favore della tutela dei diritti umani. Il fenomeno è oramai di portata mondiale, perché non riguarda più solamente i cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo (PVS), ma anche le diverse realtà nazionali del Nord del Mondo, che sono interessate dai flussi migratori.
In Occidente il problema suscita regolarmente una reazione di sdegno, orrore e condanna, poiché le MGF vengono interpretate come forme di tortura e di violazione dei fondamentali diritti dell’uomo. In Africa, tale indignazione viene vista come imperialistica, ignorante ed aggressiva. Il problema deriva dal fatto che molto spesso per gli occidentali risulta difficile evitare di esprimere giudizi morali, quando si discute di pratiche culturali diverse dalle proprie.
Ogni cultura, però, ha i propri precetti morali ed il proprio punto di vista. Le convinzioni riguardo i diritti umani, ad esempio, non sono in tutte le società equivalenti a quelle espresse nel contesto del dibattito occidentale. Le MGF sono spesso praticate da donne che vi credono fortemente, non sono sempre percepite come mutilazioni, ma al contrario come atti compiuti nel migliore interesse della donna. Renteln sostiene che "La cultura è così potente nel modo in cui forma le percezioni degli individui, che capire il modo di vivere nelle altre società dipende dal riuscire a vedere a fondo in ciò che si potrebbe chiamare la logica culturale interna" .
È necessario, quindi, considerare il fatto che le donne oggetto di tali pratiche sono attori sociali, in costante interazione con la loro cultura, la loro religione, i loro sistemi di credenze e di significati, le loro reti locali di potere e gerarchie istituzionali,... Bisogna perciò portare avanti un approccio contestualizzato, che eviti giudizi morali. In tale modo è possibile mettere in campo conoscenze e capacità di comprensione dei fenomeni socio-culturali e capire sino in fondo le logiche di funzionamento e le implicazioni di queste pratiche. Soltanto in tale modo, sarà possibile intervenire adeguatamente. L'antropologo deve porsi come obiettivo la comprensione dal punto di vista degli altri, il che non vuol dire assumere un atteggiamento giustificatorio e/o relativista bensì una posizione aperta alla conoscenza che contribuisca a mettere in atto interventi fondati sul dialogo e realmente pensati in una prospettiva interculturale.
Tale obiettivo è anche quello della nostra relazione, che si propone di studiare il problema delle mutilazioni genitali femminili, da un punto di vista antropologico.
Nel primo capitolo si definisce il problema in esame, presentando una classificazione delle tipologie di mutilazioni genitali femminili effettuate oggigiorno e cercando di contestualizzarle (ad esempio, localizzandole geograficamente).
Il secondo capitolo consiste in un breve percorso storico, avente lo scopo di ricercare l’origine delle pratiche e l’evoluzione degli studi e dei resoconti aventi come oggetto le MGF.
Nel terzo capitolo si effettua una descrizione delle pratiche e delle loro conseguenze (di tipo fisico, psicologico e socio-culturale), a partire dal resoconto di Amina, una donna somala, mutilata all’età di sette anni ed intervistata da Igiana Scebo.
Nel quarto capitolo verranno prese in esame le motivazioni che spiegano ancora oggi il protrarsi della pratica.
Nel quinto capitolo si offre una panoramica generale sulla necessità di guardare oltre i diritti fondamentali e di porsi in una situazione intermedia tra relativismo culturale e universalismo. In più verrà presa in analisi la posizione di coloro che difendono la validità delle MGF, tra cui l’etnopsichiatra Tobie Nathan e l’antropologo Claude Lévi-Strauss.
Il sesto capitolo analizza l’evoluzione dell’approccio al tema delle MGF, tenendo in considerazione gli importanti contributi forniti dall’antropologia culturale.
Il settimo capitolo si concentra sulla posizione che le donne interessate dal fenomeno oggetto del nostro studio hanno assunto alla luce delle inevitabili pressioni sociali cui sono soggette.
L’ottavo capitolo approfondisce le modalità con le quali si è cercato di favorire un abbandono graduato della pratica, mettendo in piedi campagne di sensibilizzazione a livello nazionale e internazionale, che accompagnano gli strumenti legali di cui la comunità internazionale e i singoli paesi si sono dotati nel tempo.

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______________________________________________________LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI Introduzione Da qualche anno a questa parte il tema delle mutilazioni genitali femminili viene periodicamente riproposto all'attenzione della società grazie a numerose campagne di sensibilizzazione a favore della tutela dei diritti umani. Il fenomeno è oramai di portata mondiale, perché non riguarda più solamente i cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo (PVS), ma anche le diverse realtà nazionali del Nord del Mondo, che sono interessate dai flussi migratori. In Occidente il problema suscita regolarmente una reazione di sdegno, orrore e condanna, poiché le MGF vengono interpretate come forme di tortura e di violazione dei fondamentali diritti dell’uomo. In Africa, tale indignazione viene vista come imperialistica, ignorante ed aggressiva. Il problema deriva dal fatto che molto spesso per gli occidentali risulta difficile evitare di esprimere giudizi morali, quando si discute di pratiche culturali diverse dalle proprie. Ogni cultura, però, ha i propri precetti morali ed il proprio punto di vista. Le convinzioni riguardo i diritti umani, ad esempio, non sono in tutte le società equivalenti a quelle espresse nel contesto del dibattito occidentale. Le MGF sono spesso praticate da donne che vi credono fortemente, non sono sempre percepite come mutilazioni, ma al contrario come atti compiuti nel migliore interesse della donna. Renteln sostiene che "La cultura è così potente nel modo in cui forma le percezioni degli individui, che capire il modo di vivere nelle altre società dipende dal riuscire a vedere a fondo in ciò che si potrebbe chiamare la logica culturale interna" 2 . È necessario, quindi, considerare il fatto che le donne oggetto di tali pratiche sono attori sociali, in costante interazione con la loro cultura, la loro religione, i loro sistemi di credenze e di significati, le loro reti locali di potere e gerarchie istituzionali,... Bisogna perciò portare avanti un approccio contestualizzato, che eviti giudizi morali. In tale modo è possibile mettere in campo conoscenze e capacità di comprensione dei fenomeni socio-culturali e capire sino in fondo le logiche di funzionamento e le implicazioni di queste pratiche. Soltanto in tale modo, sarà possibile intervenire adeguatamente. L'antropologo deve porsi come obiettivo la comprensione dal punto di vista degli altri, il che non vuol dire assumere un atteggiamento giustificatorio e/o relativista bensì una posizione aperta alla conoscenza che contribuisca a mettere in atto interventi fondati sul dialogo e realmente pensati in una prospettiva interculturale. Tale obiettivo è anche quello della nostra relazione, che si propone di studiare il problema delle mutilazioni genitali femminili, da un punto di vista antropologico. Nel primo capitolo si definisce il problema in esame, presentando una classificazione delle tipologie di mutilazioni genitali femminili effettuate oggigiorno e cercando di contestualizzarle (ad esempio, localizzandole geograficamente). 2 RENTELN, A. International Human Rights: Universalism versus Relativism, Londra, 1990. 3

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