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L'evoluzione del toyotismo e la sua applicazione nell'industria italiana

Informazioni tesi

  Autore: Vincenzo Elviretti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia Aziendale
  Relatore: Marco Frey
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 173

L’obbiettivo della tesi è quello di fare il punto della situazione sui successi e insuccessi dell’applicazione del noto modello giapponese nell’industria italiana, ripercorrendo le tappe della ricezione del modello attraverso le testimonianze dei protagonisti di questo processo, l’analisi degli osservatori, il commento di studiosi (non solo economisti) e la trattazione di un caso pratico (La Fiat a Melfi, con un occhio alla vita aziendale dopo la battaglia sindacale condotta nella primavera del 2004, che ha portato a diversi cambiamenti nello stabilimento).
L’interesse nell’argomento sta nella consapevolezza, da parte dell’industria italiana, dei vantaggi in termini di costi e produttività che questo modello di produzione può portare a chi lo adotta in sostituzione del vecchio concetto occidentale di produzione intriso di fordismo, fabbrica in linea e produzione di massa, consapevolezza che in Italia si è manifestata a partire dai primi anni ’90.
La trattazione si articola in quattro capitoli.
Il primo è una sorta di riassunto per coloro già esperti in materia, o di introduzione all’argomento per quelli che si accostano per la prima volta al tema. Verranno esposte le diverse metodologie di produzione, con un approfondimento maggiore a quella che ci interessa di più: la tecnica toyotista. Vedremo poi quale sono le evoluzioni che questa ha ricevuto nel corso degli anni.
Nel secondo capitolo andremo ad analizzare le caratteristiche dell’industria italiana e giapponese nei loro caratteri generali, scoprendo quale sono state le reazioni al “contatto” tra le due, e quali sono state le barriere che hanno ostacolato l’introduzione in Italia di una diversa cultura industriale.
Nel terzo capitolo ci occuperemo delle diverse politiche nazionali e regionali attuate per favorire l’implementazione delle tecniche produttive del nuovo paradigma, nello specifico, negli Stati Uniti, in Giappone in Unione Europea (intesa come istituzione unica), e in Italia.
Il quarto capitolo, infine, costituisce la parte più importante del lavoro. Andremo a vedere come nella pratica le tecniche toyotiste siano state implementate, analizzando il caso di un grande stabilimento di una grande azienda automobilistica: la Fiat a Melfi. Parte non meno interessante è l’analisi dei dati della tabella della ricerca “International Manufacturing Strategy Survey” (IMSS), effettuata tramite una rete globale di studiosi di vari paesi, sull’utilizzo delle pratiche inerenti alle nuove innovazioni organizzative. Inoltre sono presenti nel capitolo le considerazioni di un altro studio effettuato nel 2002 dalla Commissione europea: il “Business decisions limited study”, e di una conferenza tenutasi a Roma nel 2004, in cui studiosi di diverse università italiane hanno fatto il quadro della situazione sull’effettivo attecchimento delle pratiche delle nuove forme di organizzazione del lavoro, in Italia.

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INTRODUZIONE È ancora attuale parlare di toyotismo? Stando alla numerosità delle recenti pubblicazioni di studiosi e economisti di tutto il mondo sembrerebbe di si. Certo, i pareri contenuti in questi testi sono poi contrastanti: c’è chi lo da per moribondo, altri sostengono che sia già morto e sepolto, altri ancora, al contrario, ne parlano come di un qualcosa che deve ancora arrivare, e così via. Chi ha ragione? Quello che è chiaro è che al giorno d’oggi ancora non è emerso un modello antagonista al toyotismo, un nuovo modello produttivo della stessa portata rivoluzionaria che ebbe a suo tempo il nostro nei confronti del fordismo; a susseguirsi sono state piccole evoluzioni e affinamenti dello stesso. Alcuni studiosi (come quelli facenti parte della Gerpisa, gruppo di studio e di ricerca sull’industria e i lavoratori dell’automobile, ossia una rete internazionale che raccoglie studiosi di scienze sociali) ritengono che non c’è mai stato in passato, ne come c’è ora, un solo modello produttivo efficace ma piuttosto sono i vari modelli produttivi che si adeguano alle caratteristiche economiche di un sistema. Non c’è convergenza mondiale, bensì un rimodellamento periodico sia dei modi di crescita nazionali sia dei modelli produttivi. Tanti modelli per tanti sistemi quindi o, pure, una sorta di ciclicità dei modelli. Come una moda. Le caratteristica del toyotismo che forse ha più inciso sulla sua diffusione è la sua capacità di dimezzare i costi e i tempi della produzione di merci. È centrale, in essa, l’azzeramento di ogni tempo morto in tutti gli incastri produttivi sì da crearvi un flusso privo di interruzioni. È certamente un meccanismo delicato perché un suo inceppamento in qualsiasi punto si ripercuote sull’intera catena. Può funzionare bene alla sola condizione di contare sulla totale dedizione dei collaboratori e dei lavoratori dell’azienda. Lavoratori che il toyotismo promuove a cittadini dell’impresa (Basso, 1998) a patto però che essi ne facciano la propria famiglia, la propria comunità da difendere contro tutti e contro tutto.

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