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Prospettive di federalismo fiscale in Italia: proposte e provvedimenti a confronto

Questa tesi tratta delle proposte di modifiche in senso federalistico della Costituzione italiana; particolare attenzione e studio è posto sull'aspetto finanziario di una riforma federale, attingendo sia della teoria economica del federalismo fiscale sia dalle proposte avanzate in questi anni dagli studiosi della materia. tali proposte sono tra loro comparate cercando di evidenziarne la dimensione tecnica e quella politica, su cui necessariamente deve basarsi l'introduzione del cosiddetto federalismo fiscale. Una questione di grande attualità da più di un decennio, attualmente ad un punto di svolta con il progetto di devolution avanzata dalla attuale maggioranza, che dovrà necessariamente trovare il proprio completamento nella realizzazione di un federalismo fiscale supportato da un'analisi approfondita di teorie, proposte, dati relativi alla finanza locale e regionale, che il presente lavoro può offrire.
Anche se la questione federalista si è accesa con intensità solo a partire dagli anni ’90, per merito delle rivendicazioni leghiste, non si può dimenticare che di riforma della forma di Stato in senso federalista si parla da quasi un ventennio, con esiti peraltro rovinosi sintetizzabili nel fallimento di tre commissioni bicamerali, istituite proprio con l’obiettivo di predisporre un progetto di riforma su cui costruire il cambiamento costituzionale. La prima commissione istituita nel 1983 e presieduta da Aldo Bozzi, totalmente priva di poteri decisori, si risolse in una dotta quanto vana accademia; la seconda istituita nel 1992 e presieduta dapprima da De Mita e successivamente da Nilde Iotti, si limitò a suo volta ad uno studio che non trovò compiutezza causa la fine prematura della legislatura; infine la recente terza commissione bicamerale presieduta dall’attuale Presidente del consiglio, istituita con propositi ambiziosi (la riforma della seconda parte della Costituzione) concluse i suoi lavori il 4 Novembre 1997 presentando un progetto di riforma, successivamente bocciato dal Parlamento agli inizi del 1998.
Una prima spiegazione a questi fallimenti, definibile “istituzionale”, va riferita alla problematica connessa ai processi di revisione costituzionale che, richiedendo una procedura aggravata di deliberazione ed approvazione, come prescritto dall’art.138 della Costituzione, implicano per propria natura un consenso più esteso rispetto alla legislazione ordinaria. Se a questo si aggiunge un processo di revisione e di approvazione non per singolo articolo ma per blocchi notevoli di articoli , come avvenuto con il progetto della terza bicamerale, è verosimile che gli esiti siano negativi poiché l’accordo sulla riforma della totalità degli articoli è difficoltoso e richiede necessariamente un compromesso di alto respiro che solo in situazioni eccezionali si può verificare, come avvenuto nell’immediato dopoguerra.
Ma ciò ci collega ad una seconda spiegazione, quella “politica” strettamente connessa alla “buona” o alla “cattiva fede” delle forza politiche in campo e dei loro leader: l’accordo ed il compromesso non sono necessariamente degli obiettivi perseguiti dalla forze politiche che possono invece trarre giovamento, in termini di voti e di legittimazione elettorale, da posizione estreme o conservatrici che siano, comunque tese a perseguire obiettivi che in ultima analisi esulano dal concetto di interesse pubblico generale, ma salvaguardano interessi particolaristici. E gli interessi in campo, parlando di federalismo, sono innumerevoli e riconducibili a diverse dimensioni: si pensi alla dimensione spaziale, il dualismo nord-sud, alla dimensione classista, la dialettica tra il mondo imprenditoriale e la pubblica amministrazione, ma soprattutto alla dimensione più propriamente “partitica”, che ci mostra i partiti come soggetti tesi innanzitutto alla propria espansione ed alla tutela delle posizioni acquisite: una dimensione che più di altre spiega le posizioni conservatrici o più marcatamente radicali delle forze politiche in merito alla questione del federalismo.
I motivi dei fallimenti vanno dunque rintracciati innanzitutto nelle modalità e negli strumenti utilizzati per la riforma della Costituzione, ma soprattutto nell’effettiva volontà dei partiti di perseguire una riforma in senso federalista dello Stato.

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6.1 La critica all’Irap L’istituzione dell’Irap ha suscitato, al di là della “pomposità” con cui tale imposta è stata presentata, numerosi interventi critici, sia da parte di tributaristi ed economisti, che da parte delle associazioni di categoria e delle Regioni. Può essere utile a questo proposito fornire una valutazione complessiva dei profili tecnico giuridici e di quelli, più generali, di politica fiscale facendo riferimento alle critiche più diffuse. 6.1.1 PROBLEMI DI COSTITUZIONALITA’ Riguardo al presupposto assunto a giustificazione del tributo è opportuno riferirsi alla relazione della Commissione Gallo 1 : “Dal punto di vista giuridico costituzionale, presupposto (dell’Irap) sarebbe più puntualmente, l’esercizio di attività organizzate che si esprimono in sequenze di atti e di comportamenti coordinati e programmati al conseguimento di fini unitari stabilmente perseguiti. Quando l’attività sia oggettivamente rilevabile e socialmente rilevante per l’attitudine a incidere in modo significativo nei rapporti intersoggettivi, l’organizzazione si risolve per il suo titolare, in disponibilità di beni e in prestazioni economicamente valutabili, corrispondenti alla potenzialità produttiva dell’organizzazione stessa. Sotto questo profilo, l’esercizio di attività organizzata può essere assunto a indice di capacità contributiva, distinto dal reddito, dal patrimonio, dal consumo e dalle altre manifestazioni di potenzialità economica già assunte a fondamento dei tributi vigenti nell’attuale sistema. A differenza del reddito e del consumo, che hanno come riguardo ai risultati di attività economiche […], l’attività si pone logicamente ‘a monte’ dei suoi esiti produttivi e rileva, pertanto, a prescindere dalla valutazione dei risultati. A differenza del patrimonio, che configura uno stock di beni o diritti staticamente considerati […], l’attività si identifica con il processo produttivo in essere e, in ragione delle sue articolazioni organizzative, implica necessariamente ‘poteri di comando’ su beni e servizi economicamente valutabili […] unica condizione indispensabile è la rilevanza economica, dunque la concreta remunerazione o l’astratta valutabilità in denaro, di tutte o di parte delle prestazioni e dei servizi coordinati nell’esercizio delle attività, sempreché non derivanti dall’esplicazione di altre e distinte attività organizzative, come tali, già soggette all’imposta”. Dunque, stando alla filosofia ispiratrice dell’Irap, la sua giustificazione economica e giuridica sta nel fatto che l’unità produttiva tassata (intesa come combinazione di fattori produttivi e, quindi, oltre la comune accezione di azienda), per il solo fatto di essere stata attivata dall’imprenditore o dal professionista, assume una capacità contributiva autonoma di natura reale. In verità da più parti è stata rilevata l’ “originalità” e l’astratezza del presupposto cui l’imposta è riferita. Secondo E.De Mita 2 si tratta “di un’invezione dottrinale (libresca dovrebbe dirsi) perché cerca la sua giustificazione più in elaborazioni dottrinali che nella pratica esperienza”. E la critica è chiaramente rivolta alla presunta incompatibilità della nuova imposta con il principio di capacità contributiva contenuto nel primo comma dell’art.53 della Costituzione; una norma cardine del sistema tributario secondo cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Continua, infatti, De Mita: “Quella colpita, è secondo la dottrina citata a conforto del nuovo tributo, una capacità contributiva in sé, quando sappiamo che la capacità contributiva è sempre capacità contributiva di qualcuno del quale deve esprimere l’idoneità a pagare tributi per la disponibilità di ‘risorse monetarie’ che da un certo presupposto derivano”. A conforto di questa tesi, altri studiosi 3 , hanno rilevato come l’imponente prelievo fiscale derivante 1 Commissione di studio per il decentramento fiscale, opera citata, p.94 2 E.De Mita, Fantasia e acrobazie, da Il Sole 24 ore del 15/10/97. 3 Tra questi si veda anche E.Nuzzo, Il decentramento fiscale costretto a segnare il passo, da Il Sole 24 Ore del

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Alessandro Simonetta Contatta »

Composta da 249 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.