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Consumare il cibo oggi. Stati Uniti e Italia a confronto.

Informazioni tesi

  Autore: Valentina Cavicchiolo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2005-06
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Maria Grazia Bbusà
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 263

La cultura culinaria rappresenta un’ottima cartina di tornasole per capire i cambiamenti che avvengono in una società e oggi, soprattutto a seguito degli scandali alimentari degli ultimi anni, parlare di cibo diventa quasi un imperativo morale. Dal passaggio dalla società moderna a quella postmoderna, con la nascita e lo svilupparsi della società dei consumi, il consumo ha trovato nuova legittimazione e il consumatore è diventato protagonista, molto più disincantato rispetto al marketing e alla pubblicità e molto più informato e attento alle scelte di consumo, anche e soprattutto alimentare, che fa. Ma le fobie sul cibo non riguardano solamente la salubrità vera o presunta degli alimenti, vi è anche il timore di un livellamento mondiale del gusto, causato dalla globalizzazione che ha intensificato talmente gli scambi da un paese all’altro da riversare sulle tavole dei consumatori-mangiatori attuali un’infinita genia di prodotti alimentari provenienti da qualsivoglia parte del mondo. Questo fenomeno, se da un lato ha allargato lo scibile culinario e ha stuzzicato la curiosità del mangiatore, rendendolo un gastronauta dedito alla sperimentazione, dall’altro ha generato apocalittiche fobie circa un’omogeneizzazione del gusto, a scapito della specificità delle culture culinarie di ciascun popolo. In particolare gli Stati Uniti con le proprie multinazionali sono stati additati come i diretti responsabili della morte del localismo alimentare nella loro continua azione globalizzante e uniformizzante. Eppure si era notata negli ultimi anni, almeno in Italia, una sorta di riscoperta delle tipicità di ogni regione e di alimenti della tradizione contadina. Di qui la necessità di capire quanto la globalizzazione avesse uniformato le pratiche dei consumatori. Effettivamente si possano ritrovare delle tendenze simili in tutti i paesi che ne sono stati interessati, come l’attenzione alla naturalità degli alimenti, che si esprime ad esempio nella scelta di alimenti biologici, o la richiesta di caratteristiche quali sensorialità (gratificazione dei 5 sensi), storia, spettacolo, servizio. Ogni paese ha però declinato queste tendenze in maniera diversa a seconda della propria grammatica alimentare. Il cibo, con i significati di cui viene caricato, rappresenta forse la fonte più feconda dell’identità di un popolo e in effetti le regole alimentari di un popolo sono meno suscettibili di cambiamento della lingua stessa. Ecco perché sia i consumatori-mangiatori statunitensi che quelli italiani, pur avendo logicamente a disposizione una maggior scelta alimentare, mantengono quelle pratiche alimentari che più si ricollegano alla propria identità. È per questo che gli americani continuano a preferire una cucina fast, fatta per lo più di cibi confezionati, take away e fast food in linea del resto con lo stile di vita americano, uno stile di vita che si pone potremmo dire quasi agli antipodi rispetto a quello italiano, per il quale acquistano invece importanza cruciale la convivialità, l’artigianalità dei processi e una certa lentezza nell’assaporare gli alimenti che ultimamente è andata un po’ persa con l’accelerazione del ritmo di vita. Stati Uniti e Italia, pur avendo intrattenuto da sempre una fitta rete di scambi sin da quando prodotti quali il pomodoro o la patata sono giunti in Italia dalle Americhe, senza dimenticare poi l’importanza acquisita dalla dieta mediterranea grazie anche ai nutrizionisti americani, hanno comunque preservato pratiche e consumi che sono frutto della propria storia politica, economica e culturale.

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Introduzione n una società come la nostra, dove il benessere ha raggiunto livelli altissimi e cacciare per mangiare non è più una necessità, parlare di cibo diventa quasi un imperativo morale. Viviamo in un mondo in cui l’abbondanza che caratterizza le tavole dell’Occidente stona terribilmente con la penuria che imperversa in quelle del Terzo Mondo, in cui l’essere umano ha modificato il cibo più di quanto avesse mai fatto in precedenza, l’ha modificato fin nel suo DNA, riempiendolo di ormoni fino a farlo impazzire. Il benessere ha portato a fare del cibo ora un alleato ora un nemico: gli animali clonati, impazziti e influenzati, frutto dell’ingegneria alimentare, ci fanno paura ma ce li ritroviamo a tavola comunque, magari inconsapevolmente. Il consumo alimentare è un’ottima cartina di tornasole per capire i cambiamenti che avvengono all’interno di una società e i cambiamenti avvenuti nelle società occidentali dal secolo scorso ad oggi sono stati talmente invasivi e di così ampio respiro da stravolgere non solo l’assetto internazionale politico ed economico, ma anche e soprattutto la ritualità della vita quotidiana, le dimensioni classiche dello spazio e del tempo e conseguentemente gli atteggiamenti del consumatore-mangiatore. Nel cibo e nelle pratiche culinarie confluisce molto di ciò che siamo. L’alimento si ricollega alla storia e alla cultura di un popolo e non solo, si ricollega anche all’economia e alla politica. Il cibo è qualcosa di intrinseco a noi e l’atto di mangiare è così intimo, che l’uomo ha una forte paura di incorporare l’alimento. Scegliere un determinato prodotto piuttosto che un altro non è semplicemente una questione di gusto I

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