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Stato dell'arte e prospettive dell'azienda calcio in Italia. Un approccio economico-aziendale

Informazioni tesi

  Autore: Mario Nicoliello
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Brescia
  Facoltà: Economia
  Corso: Direzione aziendale
  Relatore: Renato Camodeca
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 343

Attualmente le società calcistiche di serie A non possono essere considerate vere imprese. La loro fonte principale di ricavo sono i proventi derivanti dalla cessione dei diritti tv, i quali rappresentano circa il 60% delle entrate. Negli altri contesti europei, invece, la principale fonte di ricavo sono i proventi commerciali – ossia i ricavi da sponsorizzazioni e da merchandising – e i diritti televisivi rappresentano soltanto il 30% delle entrate. Sul fronte dei costi la principale voce di spesa delle società di serie A sono le retribuzioni dei calciatori, che si attestano – sia nei grandi sia nei piccoli club – intorno al 65% del valore della produzione. Essendo, poi, i costi operativi superiori ai ricavi operativi, i bilanci delle società si chiudono in perdita e i pochi risultati positivi sono dovuti all’iscrizione di plusvalenze sulla cessione dei calciatori.
Sulla scia dell’esperienza inglese, le società calcistiche italiane per assumere i connotati di vere imprese dovrebbero diversificare la loro attività.
I nostri club dovrebbero, in primis, sfruttare a fini commerciali il loro marchio, commercializzando articoli col nome o col logo sociale. Un’attività che in Italia oggi è poco praticata soprattutto a causa delle dimensioni raggiunte dal mercato dei prodotti contraffatti.
In secondo luogo, dovrebbero puntare sulla gestione diretta dello stadio. All’estero, infatti, la proprietà degli impianti sportivi consente ai club di disporre di una solida componente patrimoniale e di creare valore tramite le numerose attività commerciali realizzate all’interno dell’impianto stesso.
Attualmente, i club di serie A sono lontani dall’implementare queste nuove formule gestionali, tanto che diverse società per incrementare i ricavi hanno sì puntato sul marchio, ma non sfruttandolo dal punto di vista del merchandising, bensì cedendolo ad una società del loro gruppo. Tale operazione ha avuto, in sostanza, l’unico effetto di consentire ai club di iscrivere in bilancio plusvalenze di importi elevati – 181 milioni di euro il Milan, 158 l’Inter, 127 la Roma, 95 la Lazio per citare le cessioni più redditizie – che hanno permesso di chiudere il Conto economico con una perdita di modeste dimensioni o addirittura evidenziando un utile d’esercizio.
La diversificazione dell’attività rappresenta, in conclusione, l’unica via per raggiungere il giusto equilibrio tra logiche sportive e logiche manageriali e per svincolare il club dalla figura del presidente-mecenate disposto illimitatamente a mantenerlo in vita nonostante che i risultati gestionali consiglino altri rimedi.

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5PREFAZIONE Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò; Suarez e Corso. Oltre ad essere la formazione titolare dell’Inter “vinci-tutto” degli anni Sessanta, è stata anche la prima filastrocca che ho imparato a memoria nella mia vita. Avevo soltanto quattro anni e mio padre a furia di ripetermi quegli undici nomi riuscì a farmeli memorizzare. Lui, grande appassionato di calcio e tifosissimo della Juventus, mi narrava le gesta di quella squadra che si era imposta agli onori delle cronache sportive nazionali ed internazionali negli anni della sua infanzia. Ascoltando i suoi racconti, guardando le partite in televisione e leggendo tutti i lunedì La Gazzetta dello Sport mi addentravo pian pianino nel mondo del calcio rimanendo nel contempo esterrefatto dalle gesta compiute da un calciatore che a fine anni Ottanta ammaliava i terreni di gioco dell’intero stivale italico. Il suo nome era, ed è, Diego Armando Maradona; sulle spalle aveva il numero dieci e il suo piede mancino accarezzava la sfera come le mani di un ragazzo sfiorano soavemente le guance della propria amata. Il pibe de oro, come era soprannominato, militò per sette stagioni nelle fila del Napoli e ciò mi portò irrimediabilmente a tifare per la squadra partenopea che in quegli anni si aggiudicò due scudetti, una coppa Italia, una supercoppa italiana ed una coppa Uefa. Terminata l’era Maradona, il Napoli ha conosciuto tempi meno trionfali e pian piano ha perso tutto il suo prestigio fino a giungere al fallimento e a dover ripartire daccapo dalla serie C1. Ciò ha causato anche il venir meno della mia passione sfegatata per la squadra azzurra e la mia trasformazione da tifoso a semplice appassionato di calcio, che osserva le vicende sportive in maniera imparziale ed oggettiva. In questa veste ho seguito gli avvenimenti riguardanti il settore calcistico negli ultimi quindici anni. Eventi e fatti che spesso si sono svolti in luoghi diversi dagli stadi, quali aule di tribunale, sedute parlamentari o riunioni federali. Nonostante ciò, il mondo del calcio mi ha sempre affascinato tanto da decidere di dedicare a tale settore il lavoro che in queste pagine vado a presentare. Innanzitutto, alcune domande sorgono spontanee. Perché dedicare una tesi di laurea magistrale in Direzione aziendale alle società di calcio? Che cosa c’entra il calcio con l’Economia aziendale? È possibile analizzare le vicende calcistiche anche dal punto di vista economico e non soltanto da quello meramente sportivo?

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