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Società e famiglia nell'Italia del secondo dopoguerra. Il caso Coppi e la ''dama bianca''

Informazioni tesi

  Autore: Giuseppe Oricchio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Daniele Marchesini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 68

Quella italiana degli anni ’50 è una società in rapido cambiamento per quanto riguarda l’economia, la demografia, la morale, il costume, la concezione della famiglia. La Chiesa e la Democrazia Cristiana, molto vicine tra loro, erano le figure istituzionali dominanti. La Dc con i propri parlamentari e la Chiesa con la gerarchia, i preti e le sue diffuse associazioni diedero al paese una certa connotazione politica ed economica, ma soprattutto, per quanto riguarda questo lavoro, sociale e morale.
L’ Italia di quegli anni sembrava non brillare certo per la sua apertura verso le innovazioni sociali, culturali e di costume. Si continuava a non transigere su una certa idea, propria della Chiesa, della famiglia, concepita come "cellula della società", istituzione rigida e da dover a tutti i costi conservare dai mutamenti, che doveva svolgere una funzione di “ariete” nella battaglia per la cattolicizzazione della società italiana condotta dal Vaticano. Le norme di comportamento, fissate in leggi dalla politicamente predominante Dc, erano improntate su una severa condotta morale che avrebbe dovuto ispirare i costumi di cattolici e non, al fine di non incorrere in pene civili e religiose, se non penali.
Era un’Italia, quella della prima metà degli anni ’50, in cui la generazione dei padri si allontanava sempre più da quella dei figli: vespa e lambretta davano ai più giovani ispirazioni nuove, si cominciava a cercare di sciogliere i legami con le regole morali più arretrate. In un qualsiasi teatro accanto ai genitori che protestavano per la licenziosità della rappresentazione, i figli all’opposto protestavano perché troppo succinta .
In quest’Italia, di rigida e tradizionale morale ma anche, dall’altra parte, alla ricerca di nuove libertà, si inserisce la storia personale, di costume e di morale, e anche giudiziaria, di Fausto Coppi che lascia la moglie e la piccola figlia per una donna anch’essa già sposata e con due figli.
La vicenda, anche per la grandissima fama di cui godeva il campione di ciclismo venne presa ad esempio negativo, soprattutto dall’Italia più retriva, cui d’altronde apparteneva il mondo in cui Coppi viveva e lavorava, quello dello sport e del ciclismo.
Pertanto il caso, simbolo della "materializzazione" del mondo moderno, doveva essere isolato se non combattuto, dalla parte più conservatrice della società, con le armi della morale e della legge, in nome del concetto più tradizionale di famiglia.

Quindi, nella prima parte del lavoro si forniranno gli elementi per contestualizzare la vicenda della “dama bianca”, affrontata in maniera specifica nella seconda parte.

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2 Introduzione Le donne che abbiano letto il catalogo 2007 della Bianchi, casa di produzione di biciclette, avranno notato che era disponibile una serie specifica per loro: la linea “dama bianca”. Le più giovani, c’è da credere, avranno pensato che quel nome era un omaggio al sesso femminile in generale. Poche invece avranno associato il nome delle bici alla compagna di Fausto Coppi. La storia del “Campionissimo”, grande ciclista del secondo dopoguerra, e di Giulia Occhini, la “dama bianca” appunto, occupò le pagine dei giornali e i discorsi di molte persone per diverso tempo negli anni Cinquanta. L’Italia di quegli anni era una società in rapido cambiamento per quanto riguarda l’economia, la demografia, la morale, il costume, la concezione della famiglia. La Chiesa e la Democrazia Cristiana, molto vicine tra loro, erano le figure istituzionali dominanti. La Dc con i propri parlamentari e la Chiesa con la gerarchia, i preti e le sue diffuse associazioni diedero al paese una certa connotazione politica, ma soprattutto, per quanto riguarda questo lavoro, sociale e morale. Il nostro paese negli anni Cinquanta sembrava non brillare certo per la sua apertura verso le innovazioni sociali, culturali e di costume. Si conti- nuava a non transigere su una certa idea, propria della Chiesa, della famiglia, concepita come naturale <<cellula della società>>, istituzione rigida e da dover a tutti i costi conservare dai mutamenti, che doveva svolgere una funzione di “ariete” nella battaglia per la cattolicizzazione della società italiana condotta dal Vaticano.

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