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Le sindromi da lavoro: dallo stress al mobbing

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Castiglia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Giacchino Lavanco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 185

Lo stress è la normale risposta dell’individuo alle pressioni esercitate dall’ambiente (esterno o interno, fisico o psichico). Le fonti di soddisfazione connesse al lavoro concernono differenti aree: in primo luogo, l’occupazione rappresenta una modalità di realizzazione, un mezzo indispensabile al raggiungimento degli obiettivi professionali e personali; il piacere del lavoro ed il senso di realizzazione possono derivare, dallo svolgere una determinata mansione che permette di acquisire nuove esperienze funzionali al miglioramento della propria vita personale e delle proprie competenze specifiche, ed ancora dall’area dell’autonomia e della responsabilità, dal momento che la possibilità di scegliere e decidere, autonomamente e compatibilmente al proprio ruolo, costituisce una fonte motivante per il lavoratore ed un’occasione di accrescimento del benessere lavorativo. Il lavoro costituisce nell’immaginario sociale, un’attività capace di condizionare, più o meno positivamente, lo status sociale ed il prestigio personale; esso è considerato una fonte di soddisfazione in ambito relazionale, dal momento che prevede l’associazione e la collaborazione continua con altre persone colleghi, superiori, clienti). Nel mondo del lavoro esistono, accanto a fattori di rischio specifici responsabili di malattie professionali, numerosi altri agenti capaci di turbare l’equilibrio ed il benessere dell’uomo, creando fenomeni di disadattamento e reazioni di stress, da cui possono derivare malattie a-specifiche, ma certamente collegate alla professione. Il malessere sociale che accompagna l’esperienza lavorativa è stato variamente descritto, nei termini sindrome da stress lavorativo e work addiction, technostress, burnout, mobbing, ecc. L’elemento stressante per eccellenza sembra essere il sovraccarico, misurabile attraverso numerosi fattori. Alcune fonti di stress i agiscono sul sistema di comunicazione tra colleghi o tra subordinati e superiore: le informazioni carenti o mal interpretate generano confusione e sospetto, che, a lungo andare, possono tradursi in uno stato di tensione ed ansia. L’essere escluso dai sistemi informativi genera spesso la diminuzione dell’autostima, l’estraniazione dagli obiettivi dell’organizzazione per la quale si lavora, la caduta delle aspettative ed è, in molti casi, responsabile di stati depressivi e di altre malattie mentali. Nella nostra realtà quasi totalmente dominata dai sistemi informatici, un’altra fonte di stress sul lavoro è rappresentata dall’introduzione delle nuove tecnologie (technostress), dal momento che al lavoratore sono richieste conoscenze che spesso non possiede e che, nel caso dei lavoratori più anziani, risultano difficili anche da acquisire. In risposta a queste innovazioni si crea una condizione nella quale il lavoratore si sente letteralmente messo da parte e sostituito da chi possiede queste competenze specifiche; ciò determina nel dipendente uno stato di impotenza e di scoraggiamento che lo relegano in una estenuante difesa della propria nicchia di competenza e di potere. Una forma particolare di disagio professionale è rappresentata dal burnout che costituisce l’esito di uno stress cronico; inizialmente identificato nell’ambito delle occupazioni sociali e sanitarie, successivamente è stato esteso anche alle altre professioni d’aiuto ed a tutte le attività che richiedono un costante rapporto interpersonale con gli utenti. Questa sindrome professionale può essere sinteticamente definita come una progressiva perdita di idealismo, energia e scopi, vissuta dagli operatori sociali come risultato delle condizioni di lavoro. Nel burnout sono riconoscibili due condizioni di stress: una prima soggettiva, che si riferisce alle motivazioni ed alle immagini ideali possedute dall’operatore; un’altra oggettiva ascrivibile, invece, alle condizioni materiali del lavoro, alle ambiguità di ruolo ed alle strutture relazionali presenti all’interno del luogo in cui l’operatore esercita la sua professione. Il percorso tra le diverse malattie professionali si conclude con la descrizione di una forma di disagio, relativamente recente, alla quale negli ultimi anni molti studiosi hanno dedicato la propria riflessione: il mobbing. Una definizione ufficiale fornita dall’Associazione contro lo Stress Psico-Sociale ed il Mobbing, fondata in Germania nel 1993, lo descrive come “una comunicazione conflittuale sul posto di lavoro, tra colleghi o tra superiori e dipendenti, nella quale la persona attaccata viene posta in una condizione di debolezza ed aggredita direttamente o indirettamente da una o più persone in modo sistematico, frequente e per un lungo periodo di tempo con lo scopo di estrometterla dal posto di lavoro”. Tutti questi attacchi tendono a colpire la capacità di autonomia e d’iniziativa delle vittime e a renderle insicure di sé e della propria professione: in sintesi, minano l’autostima ed insinuano il dubbio dell’efficacia del proprio operato.

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8 INTRODUZIONE Lo stress è la normale risposta dell’individuo alle pressioni esercitate dall’ambiente (esterno o interno, fisico o psichico). Quando le richieste eccedono sia soggettivamente che oggettivamente e le situazioni stressanti si prolungano oltre il limite individualmente tollerato, si crea una sorta di rottura dell’equilibrio, un break-down psico-fisico responsabile dell’esaurimento delle risorse dell’individuo e dell’avvio di una potenziale malattia fisica o psichica. Lo stress si riferisce ad innumerevoli condizioni di vita, ma negli ultimi anni, il lavoro è diventato la causa di malessere maggiormente discussa e studiata. Una breve digressione storica ci aiuterà a capire la valenza negativa attribuita all’attività lavorativa nel passato e la successiva evoluzione del suo significato sino ai giorni nostri. Per secoli, il lavoro è stato ritenuto un’attività ignobile, da assegnare esclusivamente agli schiavi ed ai prigionieri; nella cultura spagnola, la stessa etimologia del termine lavoro (trabajo, dal latino tripalium, che designava uno strumento di tortura destinato agli schiavi meno produttivi) contribuisce a descriverne il carattere spregevole. Durante il XVIII secolo, tuttavia, il lavoro assunse nell’immaginario sociale un significato diametralmente opposto, divenendo un’attività dignitosa finalizzata al raggiungimento di obiettivi specifici (es: la creazione di un bene o di un servizio) e come tale degno di essere svolto anche dai rappresentanti delle classi più abbienti.

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Parole chiave

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mobbing
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tecnostress
workaddiction

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