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Potestà genitoriale e crisi coniugale

Informazioni tesi

  Autore: Pietro Adornetto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Tommaso Auletta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

Il legislatore con la legge 8 febbraio 2006, n° 54 ha riformato le disposizioni in materia di affidamento dei figli introducendo il principio della bigenitorialità.
Tale principio stabilisce che il minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori non solo quando la famiglia é unita ma anche dopo la separazione.
Orbene, nonostante le lodevoli intenzioni del legislatore, la normativa posta in essere risulta ricca di imperfezioni linguistiche, ciò ha comportato notevoli dubbi dottrinali su come intendere le varie disposizioni.
La tesi in questione, redatta tra gli ultimi mesi del 2006 e i primi del 2007, si pone l’obiettivo di analizzare analiticamente le disposizioni introdotte dalla nuova legge e di riportare le interpretazioni, spesso contrastanti, di professori, giudici, avvocati e operatori del diritto.
Il lavoro svolto, non ha nessuna pretesa di esaustività, ma si pone solo come primo approccio verso una problematica che richiede un continuo e costante aggiornamento.
Da un punto di vista strutturale la tesi è divisa in due sezioni. La prima tratta in maniera superficiale degli istituti fondamentali della potestà genitoriale e dell’affidamento antecedenti la riforma, mentre la seconda, più consistente, si concentra sulla nuova normativa dell’affidamento condiviso.

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1. La patria potestà e il codice civile del 1942 La patria potestà è un istituto che ha radici molto antiche basti pensare che già nell’ambito del diritto romano si parlava di patria potestà per individuare quel potere assoluto e perpetuo che il pater familias esercitava sui membri della propria famiglia. Anche il codice civile del 1942 parlava, prima della riforma del 1975, di patria potestà; in particolar modo l’art. 316 c.c. che distingueva tra titolarità della potestà riconosciuta ad entrambi i genitori e esercizio attribuito solo al padre. Per capire il motivo per cui tale potestà anche in costanza di matrimonio venisse esercitata solo dal marito-padre e non anche dalla moglie-madre, occorre mettere in luce il momento storico in cui nasce il codice civile del 1942; è un periodo in cui nella nostra nazione vige il regime fascista, un regime che ha una visione gerarchica e piramidale dei rapporti economici e tale visione viene trasportata anche nei rapporti familiari. Si sentiva quindi l’esigenza che all’interno della famiglia venisse individuato un capo e questo non poteva che essere il padre-marito, lui solo era in grado di esercitare la potestà sui figli 1 , di amministrare il patrimonio della famiglia, in una parola, era l’unico che esercitava i poteri familiari. 1 La Corte costituzionale nell’interesse del figlio, giustifica l’attribuzione al padre dell’esercizio della potestà. (Corte cost. 21.06.1966 n. 71, in CED Cassazione, 1966) 7

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