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Fatti inoffensivi conformi al tipo: un problema ancora aperto

Con il presente lavoro si intende dar conto del dibattito dottrinale svoltosi in Italia, dagli anni Sessanta fino ad oggi, riguardante la rilevanza pratica nel nostro ordinamento del principio di necessaria lesività del reato. Di fronte all’esistenza di condotte conformi alla fattispecie incriminatrice, ma di fatto “innocue” perché assolutamente incapaci di ledere l’interesse protetto (di qui la denominazione “fatti inoffensivi conformi al tipo”), una parte della dottrina credette di reinterpretare l’art. 49 c. p. - reato impossibile - in modo da farne una clausola generale in grado di escludere dalla punizione quei casi ormai classici del furto di un acino d’uva o di un chiodo arrugginito o del falso c.d. grossolano o innocuo.
La tesi in questione ha ricevuto molte critiche da parte della dottrina dominante: la giurisprudenza ha, dal canto suo, mal recepito tale interpretazione dell’istituto del reato impossibile, ma la preoccupazione politico-ideologica che sta a sostegno della concezione realistica, vale a dire ancorare la punibilità alla tutela effettiva dei beni giuridici, ha permesso di riportare al centro del dibattito dottrinale il discusso tema del concetto di bene giuridico, a lungo trascurato dalla dottrina italiana.
La prima parte del lavoro, identificabile nei primi tre capitoli, è volta ad esporre il pensiero di quegli Autori che maggiormente hanno portato il loro contributo alla causa della concezione realistica del reato; essa riporta poi le critiche più rilevanti a tale tesi e vuole dare un’esposizione a grandi linee della giurisprudenza sul tema.
Conseguenza della concezione realistica fu il rinnovato interesse per il principio di offensività: ed è per questo che il presente lavoro è dedicato, nella seconda parte, a cogliere i principali passaggi del trasferimento di tale dibattito dottrinale sul piano costituzionale: agli inizi degli anni Settanta si fa sempre più diffusa la convinzione che il modello del reato come offesa ai beni giuridici abbia il rango e la forza vincolante di un principio costituzionale, che si impone sia al legislatore sia all’interprete. Tale fermento dottrinale non poteva lasciare indifferente la Corte Costituzionale: ecco allora che si sono commentate alcune tra le sue più significative sentenze.
La ormai acquisita consapevolezza della costituzionalizzazione del principio di offensività ha però lasciato impregiudicato il problema della persistenza, nel nostro ordinamento, di categorie di fattispecie in cui appare non rispettato tale principio e di cui si discute quindi la costituzionalità: i c.d. reati senza bene giuridico e reati senza offesa.
Il ricorso alla Costituzione però non è apparso bastevole: la dottrina degli anni Ottanta ha ampliato i suoi orizzonti affrontando un problema non più eludibile: la riforma del codice Rocco. I suoi contributi, volti sia alla rifondazione dei principi di parte generale che alla ricostruzione delle fattispecie di parte speciale alla luce del principio di offensività, hanno preparato il terreno al lavoro della Commissione Pagliaro. Il risultato dell’attività dei giuristi che ne hanno fatto parte riassume in una certa misura gli sforzi trentennali di una parte della dottrina che, credendo fermamente nella necessità di conformare il codice Rocco ai principi costituzionali, riteneva necessario un intervento globale di riforma del sistema penalistico.
Esiste quindi un trait d’union tra la concezione realistica ed il più recente dibattito dottrinale? Nei paragrafi seguenti si cercherà di riportare i concetti fondamentali dei pensieri degli Autori che si sono occupati dell’argomento per sottolineare l’importanza basilare che nel nostro ordinamento penale riveste il principio di offensività.

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1 Introduzione Con il presente lavoro si intende dar conto del dibattito dottrinale svoltosi in Italia, dagli anni Sessanta fino ad oggi, riguardante la rilevanza pratica nel nostro ordinamento del principio di necessaria lesività del reato. Di fronte all’esistenza di condotte conformi alla fattispecie incriminatrice, ma di fatto “innocue” perché assolutamente incapaci di ledere l’interesse protetto (di qui la denominazione “fatti inoffensivi conformi al tipo”), una parte della dottrina credette di reinterpretare l’art. 49 c. p. - reato impossibile - in modo da farne una clausola generale in grado di escludere dalla punizione quei casi ormai classici del furto di un acino d’uva o di un chiodo arrugginito o del falso c.d. grossolano o innocuo. La tesi in questione ha ricevuto molte critiche da parte della dottrina dominante: la giurisprudenza ha, dal canto suo, mal recepito tale interpretazione dell’istituto del reato impossibile, ma la preoccupazione politico-ideologica che sta a sostegno della concezione realistica, vale a dire ancorare la punibilità alla tutela effettiva dei beni giuridici, ha permesso di riportare al centro del dibattito dottrinale il discusso tema del concetto di bene giuridico, a lungo trascurato dalla dottrina italiana. La prima parte del lavoro, identificabile nei primi tre capitoli, è volta ad esporre il pensiero di quegli Autori che maggiormente hanno portato il loro contributo alla causa della concezione realistica del reato; essa riporta poi le critiche più rilevanti a tale tesi e vuole dare un’esposizione a grandi linee della giurisprudenza sul tema.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Roberta De Francesco Contatta »

Composta da 216 pagine.

 

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Consultata integralmente 13 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.