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L’evoluzione storica delle attività di soccorso ed i rischi connessi al ruolo del soccorritore

Già da tempo, i volontari che prestano servizio presso le numerose associazioni operanti sul territorio nazionale hanno raggiunto il milione; numero che, secondo alcune previsioni, crescerà sempre più.
Nel momento in cui un operatore decide di entrare nel mondo dell’emergenza, tiene in considerazione i vari danni che potrebbe subire in occasione di un evento straordinario? La risposta è no.
Il quadro dei rischi connessi al ruolo del soccorritore, attualmente, non è considerato un argomento strettamente necessario, né al momento della prima formazione dei volontari, né in occasione di una formazione continua degli stessi. Questa carenza di nozioni e di informazione, in modo errato, viene presa sotto gamba; basti pensare che, con una corretta consapevolezza psicologica, si potrebbero evitare quei rischi, non ben compresi, che rendono l’individuo vulnerabile, impotente e stressato.
Mia intenzione è, appunto, quella di sviscerare i diversi danni psicologici cui l’operatore può imbattersi, mentre opera per alleviare l’altrui sofferenza, senza slegarli dal contesto che ci ha condotti alla società attuale.
Cosa spinge svariate migliaia di persone a partecipare ad attività di volontariato? I soccorritori sanno cosa comporterà loro operare in situazioni di emergenza? La maggior parte dei volontari mira ad una soddisfazione personale od unicamente ad alleviare le sofferenze dell’altro? Il primo capitolo è dedicato alle associazioni di volontariato. L’analisi di due associazioni di livello nazionale, come l’A.N.P.As. e le Misericordie, introduce alla molteplicità ed alla variabilità del movimento “volontariato” ormai presente, in modo omogeneo, su tutto il territorio nazionale e all’excursus normativo ad esso inerente. Componente non trascurabile, anzi necessaria, di qualsiasi associazione è il volontario, al quale viene somministrato un questionario mirato a sondare le caratteristiche e le capacità che ritiene di possedere e le motivazioni che lo spingono a decidere di partecipare con assiduità alle attività di volontariato e di continuare a svolgerle. Il secondo capitolo si apre con la presentazione della storia della Protezione Civile, al fine di evidenziare costanti ed evoluzioni diacroniche, senza omettere una distinzione riguardo il significato e l’uso dei frequenti termini, con cui i mass-media ci bombardano durante le emergenze. L’evoluzione storica della Protezione Civile, così, diventa un mezzo per contestualizzare il ruolo del soccorritore in emergenza, dando soprattutto particolare importanza alla sua responsabilità ed ai rischi, in termini psicologici, che può correre. Nella parte centrale di questo capitolo si colloca una illustrazione dettagliata delle reazioni degli individui nei riguardi dell’evento con cui dovranno confrontarsi e la descrizione di alcuni strumenti d’intervento, su gruppi più o meno ampi, che i professionisti dell’emergenza devono conoscere. Proprio alla professionalità è dedicato il terzo capitolo. Partendo dall’eterogeneità dei membri che partecipano alle attività di volontariato, si giunge alla conclusione che non vi potrà essere professionalità senza una formazione di base e un aggiornamento permanente del volontario.
I sommozzatori, i gruppi cinofili di ricerca su macerie, in superficie e di soccorso in mare sono solo alcune delle specializzazioni che tutt’oggi stanno interessando folti gruppi di volontari. Sia i sommozzatori, che “i migliori amici dell’uomo” vivono durante l’emergenza emozioni contrastanti, in quanto il loro apporto è, in diverse occasioni, di vitale importanza. Come qualsiasi soccorritore, avranno bisogno di un supporto psicologico, che ultimamente non si avvale solo di psicologi psicoterapeuti o psichiatri, ma anche di volontari abili nell’apportare forme rapide di sostegno e protezione, attivare abilità di coping nei soggetti coinvolti e sequenze di comportamenti efficaci, per contenere le emozioni negative e il senso di impotenza associati alle reazioni di stress.

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4 Introduzione “Ci separammo senza molte parole: ma nel momento del congedo, in modo fugace eppure distinto, sentii muovere da me verso di lui una solitaria onda di amicizia, ventata di tenue gratitudine, di disprezzo, di rispetto, di animosità, di curiosità, e del rimpianto di non doverlo più rivedere.” Chimico torinese, datosi alla macchia dopo l’8 settembre, Primo Levi fu catturato dalla milizia fascista alla fine del 1943, all’età di ventiquattro anni. Essendo ebreo, oltre che partigiano, fu consegnato ai nazisti che lo deportarono ad Auschwitz, dove sopravvisse per più di due anni. La sua fortuna fu che nel 1944 il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, stabilì di prolungare la vita media dei prigionieri da eliminare. La sua laurea in chimica fece il resto: non gli risparmiò orrore, fatica, miseria, ma gli consentì, a un certo punto, di disporre di una matita e di un quaderno e di qualche ora di solitudine per ripassare i metodi analitici. La frase che apre il mio elaborato finale è tratta da “La tregua”, cronaca del lungo viaggio di ritorno per l’Europa che condusse, finalmente, l’autore alla propria casa. Prima di giungere in patria nell’ottobre del 1945, dopo cinque mesi di duro peregrinare, Primo Levi trascorrerà questo periodo in un campo sovietico di transito a Katowice, che riuscì a raggiungere grazie all’aiuto di un deportato greco chiamato Mordo Nahum.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Gilda Pepe Contatta »

Composta da 103 pagine.

 

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